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La
Brigata Sassari e il Partito Sardo d'azione: di Emilio Lussu
Per la prima volta, la gioventù sarda si trovava assieme, in una
formazione sarda. Bisognava andare molto lontano nella sua storia per trovare un
avvenimento simile. Sembravano già molti i 400 archibugieri sardi di Filippo II
alla battaglia di Lepanto. E scarsi dovevano essere i presenti alle Milizie che
accompagnarono Giovanni Maria Angioj nella sua marcia da Sassari a Cagliari,
durante l'ultima fase della rivolta anti-feudale : non più dell'organico di un
reggimento d'oggi.
La prima guerra mondiale creava questa eccezionale occasione.
Attorno ai due reggimenti di stanza a Cagliari e a Sassari, si costituirono il
151° e il 152° fanteria, che formarono la Brigata Sassari. Nella Brigata, si può
dire che durante il corso della guerra passassero tutti i sardi aventi obblighi
di guerra. E poiché nell'Isola fu fatta la leva in massa, alla quale si
sottrassero solo i ciechi, vi passò tutta la Sardegna, nessun villaggio escluso.
Per disposizione del Comando Supremo, i sardi inquadrati in altri reparti
venivano man mano trasferiti alla Brigata.
I vuoti che si creavano dopo ogni combattimento, sul Carso, sull'Altipiano
d'Asiago, sull'Altipiano della Bainsizza, sul Piave, e poi ancora sull'Altipiano
d'Asiago e sul Piave, venivano colmati da sardi. Nella prima azione offensiva
svolta dall'esercito dopo Caporetto, e che prese il nome di battaglia di Col
Eosso — Val d'Ekele (Altipiano d'Asiago), le compagnie, essendosi
precedentemente ridotte per le perdite subite a poche diecine d'uomini ciascuna,
vennero ricomposte alla meglio in pochi giorni, col rastrellamento di tutti i
sardi disseminati lungo tutto il fronte e nelle retrovie. Così ricomposta, la
Brigata ruppe il fronte nemico. Anche i cappellani e i carabinieri addetti erano
sardi. I non-sardi, per disposizione del Comando Supremo, venivano assegnati ad
altre brigate : solo a pochi sottufficiali, per essere stati nella Brigata fin
dal primo giorno, venne concesso, per compiacenti sotterfugi dei Comandi il «
privilegio » di rimanervi. Gli ufficiali non erano tutti sardi, che non erano in
numero sufficiente per sostituire quelli che cadevano. Vi furono quindi, sempre,
parecchi ufficiali non sardi delle più disparate regioni. Ma tutti si
sardizzavano: l'abito fa il monaco. E ballavano anch 'essi la danza nazionale
sarda e anch 'essi cantavano il duru-duru.
La Brigata si distinse subito, nelle sue prime azioni sul Carso ; e fu
certamente questo che suggerì al Comando Supremo il reclutamento regionale. Fu
la prima brigata ad essere citata all'ordine del giorno dell 'esercito, ed ebbe
altre tre citazioni nel restante proseguo della guerra : le bandiere dei due
reggimenti ebbero ognuna due medaglie d'oro al valor militare.
Tutta questa celebrità non mancava di ripercuotersi sui militari sardi delle
varie formazioni delle altre armi o servizi : artiglieri, avieri, marinai,
genieri sparsi un pò ' dappertutto. E quando la Brigata passava nei punti
obbligati, per scendere a riposo o per salire in trincea o per spostarsi di
fronte, i militari sardi, informati sempre dalla « voce del fante », vi
accorrevano da tutte le parti, in una specie di raduno generale festivo, per
salutarvi, sia pure con la sola voce e di notte, i compagni dei propri villaggi.
E la celebrità non poteva non ripercuotersi ancor maggiormente sulla popolazione
dell'Isola: in realtà, la Brigata era la sua rappresentanza armata che si faceva
onore. La Sardegna era dunque all'ordine del giorno della Nazione: questo non
era mai avvenuto. E poiché rare erano le famiglie che non avessero uno dei loro
in guerra, tutta la Sardegna partecipava della commozione e dell'orgoglio che la
Brigata suscitava.
Questi soldati della Brigata, è semplice a dirsi, erano contadini e pastori.
Quando le nostre compagnie passavano in riga e si faceva l'appello per mestiere,
il 95% risultava di contadini e pastori.
Il restante era fatto di operai, minatori e artigiani. Gli ufficiali, pressoché
tutti di complemento, erano impiegati, professionisti, giovani laureati e
studenti : la piccola e media borghesia sarda. Di
due soli, in tutta la Brigata, e durante tutta la guerra, ho ricordo
appartenessero a quella che può chiamarsi grande borghesia, la quale, anche in
Sardegna come nel resto d'Italia, riusciva facile
mente a imboscare i suoi figli. La vita in comune, le privazioni, i rischi e la
morte in comune dovevano necessariamente esercitare una forte influenza e creare
una solidarietà fino allora sconosciuta tra i sardi. Di qui quell 'unità morale,
nei giorni di combattimento, per cui tutti, anche i comandati per servizi e i
malati, accorrevano ai loro posti nelle compagnie e ci si muoveva assieme.
Che i soldati reclamassero il combattimento, furiosamente, anelanti all'azione,
come racconta Cesare dei germani, non può onestamente dirsi. Avrebbero tutti
preferito rimanere a casa propria o nelle retrovie, a riposo, ma, poiché era
necessario, si muovevano. E seriamente, che taluni atti della vita non si
possono compiere con leggerezza : e l'assalto è sempre un avvenimento non
irrilevante; Perciò, questa loro condotta non mi è mai apparsa in contraddizione
con le beffe che essi si. facevano di quanti, non avendo obblighi di leva,
fossero venuti volontari ai reparti. Rispetto invece ed espressioni riguardose
per quei compagni che, in un momento difficile, su richiesta degli ufficiali,
alla loro volta anch'essi richiesti, si presentavano volontari per un'azione
particolarmente rischiosa: quelle azioni individuali o di piccoli gruppi, in cui
i nostri pastori-cacciatori sono indubbiamente eccellenti e che compiono con
consumata capacità professionale. E ho presenti non pochi episodi, in cui tutti,
nelle compagnie si offrivano volontari : non appariva giusto che su pochi e non
su tutti dovesse pesare un'impresa particolarmente rischiosa. Allora, occorreva
imporsi per scegliere o per fare il sorteggio.
Tale vita in comune rivelava ai combattenti sardi, ogni giorno, nozioni
straordinarie che per loro erano nuove. Per la prima volta si rendevano conto
che la guerra la facevano solo i contadini, i pastori, gli operai, gli
artigiani. E gli altri, dov'erano! Il disprezzo per gl'imboscati raggiungeva da
noi le vette più alte e, di tanto in tanto, si scopriva che dei plotoni intieri
mandavano cartoline d'insulto, con firma e indicazione del reparto, a imboscati
celebri di cui circolavano i nomi. Che la guerra la si dovesse fare, non era
questione. Ma perché il re l'aveva ordinata? Perché la facciamo? Questa domanda
l'ho sentita migliaia di volte. I prigionieri che facevamo, austriaci,
ungheresi, cechi, bosniaci, erano anch'essi tutti contadini e operai. Altra
scoperta: anche dall'altra parte, la guerra la facevano i contadini e gli
operai. E anche loro, perché la facevano? Altra domanda che ho sentito migliaia
di volte. Di qui, quel rispetto sacro per tutti i prigionieri, che mai, in
nessuna parte del mondo, deve essersi rivelato più continuo : si offriva loro
pane, vino e cognac, cioccolato, tutto il possibile. Altro fatto inaudito : per
la prima volta essi avevano constatato, dal primo giorno di combattimento, e da
allora sempre, che i colonnelli e i generali, considerati prima monumenti di
autorità e di scienza, non capivano niente. Proprio non capivano nulla, tanto da
sembrare che fossero là iper errore e che il loro mestiere fosse un altro. Certe
azioni poi, scellerate, senza senso logico né militare né comune, studiate
apposta per far massacrare i soldati, inutilmente, rivelavano che il generale,
in realtà, era il vero nemico. Ma chi comandava l'Italia? La critica militare si
spostava elementarmente sul terreno politico. Il governo del re. Nel villaggio,
il sindaco, il farmacista, l'esattore, il maresciallo, erano del partito del
governo del re. Nemici anche loro? Tutti nemici.
Inaudito. Il mito del re crollava.
La prima volta che il re aveva visitato la Brigata, era stata una delusione. È
risaputo, noi sardi siamo di piccola statura, ma il re era ancora più piccolo.
Un re così piccolo ! Questo avvenimento aveva esercitato sui sardi della Brigata
un'influenza deleteria. Perdendo il prestigio fisico, il re cominciava a perdere
anche quello politico, della sovranità, e finì col perderlo del tutto. Ed
avvenne L'incredibile : che quando il re visitò la Brigata altre due volte, a
riposo, i battaglioni accolsero l'« attenti al re ! » suonato dalla cornetta del
campo con mormori! e grida ostili non sufficientemente represse. Fatto inaudito
per i sardi. Non pertanto vero. Re d'Aragona, di Spagna, di Sardegna e d'Italia,
saltavano in aria tutti insieme e tutti in una volta. È difficile comprendere
queste cose, nel loro formarsi e nel loro esplodere, per chi non abbia vissuto
la vita della Brigata. E quando un generale, divisionario, che pure era sardo
anche lui, ripromettendosi morale più elevato e successi tattici, ordinò che la
Brigata imparasse a cantare in coro « Cunservet Deus su Re — Viva su Regnu
SarduL. » (1) poco mancò che la Brigata non si ammutinasse. Il generale dovette
rinunziare al canto, e non se ne fece mai più niente.
Tutte queste esperienze fatte lentamente, ma inesorabilmente, dai sardi della
Brigata, esplosero in qualche occasione fino a rasentare l'ammutinamento. E
quelle furono ore difficili.
Nei giorni di depressione maggiore, quando i morti erano troppi e bisognava
ricominciare da capo una guerra che sembrava non dovesse ormai aver più fine,
era sempre il richiamo alla Sardegna che rianimava tutti. Per rendere meno
triste uno di questi giorni, sull'altipiano di Asiago, dopo un combattimento in
cui tanti erano caduti, il comandante la Divisione, alla Brigata a riposo nel
fondo di una vallata, faceva ogni pomeriggio suonare la banda. Ma pareva che la
banda suonasse canti funebri, tale era il disinteresse di tutti che rimanevano
sparpagliati sulle colline circostanti, a piccoli gruppi, ognuno cantando le
melopee del villaggio. Per suggerimento d'un gruppo d'ufficiali, fu fatto venire
d'urgenza lo spartito del ballo tradizionale sardo e, senza preavviso, la banda
lo suonò. In un attimo, dalle cime, si precipitò nel fondo valle tutta la
Brigata, Quattro o cinquemila uomini apparvero, stretti gli uni agli altri,
esaltarsi in un trasporto di cui è difficile dire se fosse gioia o dolore.
Senza queste premesse, non si comprende il movimento dei combattenti sardi nel
dopo-guerra, che dette subito vita al Partito Sardo d ' Azione.
Non fu propriamente un movimento di reduci, come fu quello dei combattenti in
tutta Italia. Fin dal primo momento, fu un generale movimento popolare, sociale
e politico, oltre la cerchia dei combattenti. Fu il movimento dei contadini e
dei pastori sardi. Perciò, in una xilografia di Mario Delitala, i quattro mori
della bandiera dei combattenti, che fu poi la stessa del P. S. d'A. e che si
inspirava ali 'emblema della Sardegna, erano sostituiti da quattro lavoratori:
un pastore, un contadino, un pescatore e un minatore. Fu nell'Isola, un
movimento universale, che cominciò col conquistare subito anche tutta quella
gioventù che non aveva fatto a tempo a partecipare alla guerra, e creò la lotta
politica, in tutti i centri, non escluso neppure il più piccolo, neppure i più
sperduti stazzi della Gallura, e entrò anche nelle città. Il Partito Socialista,
in trent' anni, era rimasto limitato a Carloforte, alle miniere dell '
Iglesiente, ai sugherieri di Tempio, con scarsa organizzazione a Cagliari,
Sassari, Nuoro. Il movimento dei combattenti era tutta l'Isola. I combattenti
formarono subito, in ogni Comune, una Sezione, ma la Sezione era nello stesso
tempo qualcosa come Lega e Camera del Lavoro. Tutti uniti, i combattenti di
tutte le formazioni, e con essi le loro famiglie e in più gli altri, contadini,
pastori, operai, artigiani, che non avevano fatto la guerra, fecero crollare
subito l'organizzazione dominante di clientele elettorali che avevano dato, fino
ad allora, la rappresentanza ufficiale dell'Isola, durante la Destra e la
Sinistra storica...(continua)
Ottobre 1951
Emilio Lussu
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