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La Brigata
Sassari e il Partito Sardo d'azione:di Emilio Lussu(seconda parte)
...Amministrazioni comunali messe in crisi, occupazione di terre incolte,
agitazioni di coltivatori diretti, scioperi di braccianti, scioperi di pastori
salariati (a nostra conoscenza, i primi che si fossero avuti in ogni paese),
l'agitazione contro il baciamano residuo feudale, costituzione di cooperative
agricole, ca-searie e di piccoli pastori, e di consumo, furono fatti seguitisi
senza interruzione l'uno all'altro. La riforma agraria costituiva la prima
istanza. Quando Giolitti, dopo gl'incidenti di Ancona, tentò levare in Sardegna
battaglioni volontari per l'Albania, i combattenti si opposero: niente più
guerre. E sarebbe curioso ricercare se questo atteggiamento dei combattenti
sardi non influisse sull'atteggiamento del governo per un mutamento di politica
verso l'Albania.
Politicamente, i dirigenti del movimento non avevano né una preparazione
ideologica né un'esperienza formata, per quanto pressoché tutti quegli
intellettuali che, prima della guerra, erano nel Partito Socialista, facessero
ora parte del movimento, ma avevano idee abbastanza chiare sui problemi sociali
e politici dell'Isola. Comprendevano altresì che un movimento politico dovesse
avere una denominazione politica e un programma politico definito. Così si
costituì il Partito Sardo d'Azione, che peraltro fu piuttosto sempre un
movimento anziché un partito politico organizzato. Socialmente, il Partito Sardo
d'Azione, era un duplicato del Partito Socialista Italiano (« primo ideale è la
liberazione dell'individuo da ogni forma di schiavitù ereditaria e nuova,
dall'oppressione della ricchezza accumulata nelle mani di pochi » — « la loro
concezione del divenire operaio e sociale è in ultima analisi socialista » —
Congresso di Macomer, 1920), con in più la pregiudiziale repubblicana. Contrasti
di concorrenza non ne avvennero mai, perché nelle città il Partito Socialista
era molto debole e nelle grandi miniere, tutte socialiste, il Partito Sardo
d'Azione non creò organizzazioni proprie per non indebolire l'organizzazione
unitaria che si era fatta forte in decenni di lotta. Egualmente, il Partito
Socialista si disinteressò delle piccole miniere, in cui l'influenza del P. S.
d'A. eia preponderante. Nello schieramento politico generale isolano in P. S.
d'A., e per le sue radicali istanze sulla riforma agraria e per la sua
intransigenza istituzionale, prendeva posto più a sinistra del P. S. Questa è la
ragione per cui, xiopo il '21, il Partito Comunista che per la sua debolezza
organizzativa non presentava candidati alle elezioni, votava le liste del P. S.
d'A.
Nelle elezioni politiche del '19, il movimento mandava quattro rappresentanti
alla Camera. Nelle elezioni comunali e provinciali del '20, oltre la metà dei
comuni furono conquistati: Cagliari città dette la maggioranza assoluta solo più
tardi. Nelle due circoscrizioni provinciali allora esistenti, in quella di
Sassari conquistò la maggioranza; rimase in minoranza in quella di Cagliari dove
il movimento era socialmente più radicale e praticava una maggiore intransigenza
sociale nelle iscrizioni. Durante l'occupazione delle fabbriche nel nord
d'Italia, il movimento sostenne la necessità dell'occupazione delle grandi
miniere sarde, per porre in modo clamoroso il problema dello sfruttamento
colonialistico dell ' industria sarda. Nelle elezioni del '21 mandò ancora
quattro deputati alla Camera, i quali, con un socialista, formavano una
rappresentanza notevole della classe lavoratrice sarda. Oggi, con un elettorato
maggiore, compreso il femminile, e con le due Camere, socialisti e comunisti
(che corrispondono alle formazioni sardiste e socialiste del 1921) hanno
complessivamente, nella Camera dei Deputati e nel Senato, quattro rappresentanti
elettivi (non si contano i due senatori di diritto). Il che da un'idea di quanto
le forze popolari fossero più estese in quel periodo. Per pareggiare le forze
d'allora, dovremmo avere sette anziché quattro rappresentanti. Deficienza
compensata in parte da una più solida organizzazione.
Alla Camera,, i nostri deputati votarono sempre contro tutti i governi, e
dettero solo il voto di fiducia all'on. Bonomi, in seguito al conflitto, fra
fascisti e forza pubblica, a Sarzana.
Il P. S. d'A., fin dalle sue origini, non dava, e a torto, che scarsa importanza
alle elezioni e alle rappresentanze elettive: le lotte sociali e politiche più
dirette lo interessavano maggiormente. Per cui non si ebbe mai un legame fra
l'azione in Sardegna e quella in Parlamento.
I1--P. S. d'A. aveva anche un giornale quotidiano, che il fascismo soppresse.
L'istanza politica dell'autonomia fu per la prima volta adottata nel 1920 e
venne dopo tutte le istanze sociali.. È che nel corso della lotta politica si
rivelò che gran parte dei problemi sardi vanno risolti nell'Isola stessa. Ma,
mentre il Partito, nell' agitazione per la terra ai contadini si ricollegava al
movimento popolare capeggiato dalla borghesia progressista della fine del secolo
XVIII, di cui l'eco non si era ancora spenta in Sardegna (1) l'istanza
autonomista non si ricollegava agli Stamenti, d'impostazione aragonese, che,
almeno sulla carta, durarono fino al 1847, anno in cui il re di Sardegna
consenziente, la rappresentanza sarda delle città infatuate di Pio IX, di
Gioberti e di Carlo Alberto, non li soppresse. Gli Stamenti non dicevano più
nulla, alla generazione sarda del nostro dopoguerra, non solo perché erano di
tipo feudale, ma perché essi erano già cosa morta nel XVIII secolo e non
potevano essere cosa viva nel XX. La coscienza autonomistica ha origine nella
coscienza che il popolo sardo sentiva nel dopoguerra, di avere la capacità di
amministrarsi, per integrarsi nella vita nazionale in una forma non
colonialistica. L'autonomia è stata un'istanza popolare della nostra
generazione, e perciò è penetrata profonda nella coscienza del popolo. Lo
Statuto speciale per la Sardegna, inserito dalla Costituente nella Carta
Costituzionale della Repubblica, è prevalentemente conquista, sia pure limitata
rispetto alle stesse richieste della Consulta regionale sarda costituitasi dopo
la Liberazione e che aveva la rappresentanza di tutti i Partiti, del vecchio
movimento dei combattenti sardi e del P. S. d'A. Esso rappresenta una conquista
politica, che è patrimonio democratico popolare comune, come la Repubblica, e
come la Repubblica, insopprimibile.
Il risveglio generale portato dal P. S. d'A. nell'Isola, che obbligava a
trasformarsi anche tutti gli altri partiti politici, era nel suo crescente
sviluppo, e stimolava la costituzione di analoghi movimenti tra i contadini del
Mezzogiorno, quando nei centri industriali ed agrari del nord, si affermò il
fascismo. Che esso fosse di origine industriale ed agraria, era nella coscienza
e nella certezza di tutto il Partito. I fascisti sardi e i loro simpatizzanti
erano d'altronde degli stessi ceti industriali e agrari contro cui il Partito
era in lotta sin dal suo sorgere. I fatti tragici di Pa¬lazzo d'Accursio
suscitarono la rivolta di tutto il Partito, e da quei giorni, anche in Sardegna,
si ebbe la lotta violenta tra fascismo e antifascismo. Il fascismo faceva capo,
attraverso la grossa borghesia, alle forze dello Stato, l'antifascismo al P. S.
d'A. Il P. S. d'A. ha l'onore di avere stretto attorno a sé tutti i giovani più
combattivi e di aver sempre battuto il fascismo isolano fino alla marcia su
Roma. Dopo, fu a varie riprese, sopraffatto esclusivamente dalle forze dello
Stato oramai diventate fasciste. Gli antifascisti arrestati a Cagliari in un sol
giorno superarono il migliaio. Quattro morti e un centinaio di feriti furono le
vittime di quel periodo. Ma, nel dicembre del 1925, malgrado che alcuni
esponenti minori del P. S. d'A. fossero stati sedotti e passassero nel fascismo,
il Partito era ancora talmente consistente da poter tenere a Macomer un
congresso regionale con la rappresentanza di - quasi tutte le sue vecchie Se-
zioni.
I rappresentanti del Partito, contro la maggioranza dell 'Aventino, sostennero
la necessità dell'azione popolare e non l'attesa dell'intervento monarchico. Il
P. S. d'A. considerò sempre la marcia su Roma un colpo di stato monarchico.
Col trionfo definitivo del fascismo, finisce storicamente il P. S. d'A. Venti
anni di regime di polizia, la reazione sociale, la guerra fascista hanno mutato
radicalmente la vita popolare dell'Isola, più che in qualsiasi altra regione
d'Italia. Perciò alla Liberazione, il P. S. d'A. non era più la continuazione
del movimento dei combattenti e dell'originario P. S. d'A. E buona parte dei
vecchi dirigenti, accantonando le prime istanze sociali, non ponevano che quelle
politiche. Di qui i contrasti interni d'ordine sociale, e la fine del vecchio
Partito, che si scisse in due partiti, uno socialista e uno repubblicano. Ma
durante i Tenti anni di fascismo, i dirigenti del P. S. d ' A. mantennero la
loro opposizione al fascismo, e quelli che poterono rimanere in patria e quelli
che furono costretti ali ' esilio. Il presidente regionale della gioventù del P.
S. d'A., Giuseppe Zuddas, esule, morì a Montepelato in Catalogna, nella Colonna
Kosselli, con i repubblicani spagnoli. Il presidente regionale dei combattenti,
uno dei massimi esponenti del Partito, Dino Giacobbe, esule, combattè in Spagna,
comandante di una batteria di artiglieria, nella Brigata Garibaldi. Quegli che
era come il nostro ambasciatore a Roma, Francesco Pancello, ha vissuto quindici
anni fra carcere e confino. Cesare Pintus, venuto a noi dal Partito
Repubblicano, e che era il centro dell'attivismo clandestino in Sardegna,
contrasse in carcere la malattia che lo condusse alla morte poco dopo la
Liberazione. Molti sardi, trapian-tatisi in Francia per ragioni di lavoro e
caduti nella Brigata Garibaldi ove costituivano il reparto d'assalto, portavano
l'influenza del P. S. d'A. Tanti altri sardi, oltre un migliaio, par-tigiani in
Alta Italia, e tra cui centinaia sono caduti, sono venuti alla Resistenza col
lievito rivoluzionario che avevano attinto dal P. S. d'A. Quel poco
d'antifascismo attivista che si è fatto nell' Isola, fa principalmente capo al
P. S. d'A., e i suoi perseguitati politici sono stati migliaia. E di quanti
rimasero nell'Isola, il più noto di tutti, Pietro Mastino, prigioniero in casa
sua, fu un esempio d'intransigenza antifascista, e il suo esempio fu utile a
tutti.
Politicamente, non vi è partito politico che non abbia commesso errori e non
meriti critiche. Ma comunque si svolga la storia della democrazia isolana, il
movimento dei combattenti sardi e il P. S. d'A. rimarranno come un grande
movimento popolare di liberazione, il primo che la Sardegna abbia espresso nel
corso di molti secoli. Esso non fu ispirato né direttamente dal marxismo né dai
movimenti culturali sorti in, Italia nel
dopoguerra, ivi compresa Rivoluzione Liberale di Gobetti, che nel suo Manifesto
pone i contadini del P. S. d'A. tra le forze che trasformeranno lo Stato
nazionale. Neppure da Gramsci, che pure vedeva nel P. S. d'A. una concreta
realtà socialista. Esso attingeva vita ideale dalla conoscenza del popolo sardo,
essenzialmente, e a questa sua limitata esperienza è dovuto certo il suo
tramonto. Ma esso rivive nelle vive forze sociali e politiche che lo hanno
continuato e lo continuano,, in altra epoca e in altra forma, legato sempre alla
vita della Sardegna, della Nazione e del mondo.
Ottobre 1951
Emilio Lussu
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