La leggenda del cane fonnese Astula (parte3)
Astula riapparve, poco dopo, strisciando carponi, al
sommo della duna,
riprese il suo posto, in atteggiamento di vigilanza e di attesa: e intanto
si leccava il muso, che colaca di altro sangue.
Si accorse che il padrone lo guardava fisso, con affettuosa espressione, in
aria interrogatrice: e di nuovo scodinzolò. Gli scivolò vicino. Gli leccò
il volto, gli si strofinò addosso con un sordo mugolìo dì piacere.
Poi, di scatto, tornò al suo osservatorio.
Ancora puntò la cresta della duna, fissi gli occhi di fosforo, frementi le
narì, il pelo arruffato.
Aveva certo percepito qualche cosa di sospetto.
E dì nuovo, quasi subito, si avventò fuori, con un fulmineo balzo.
Un breve rumore, di lotta, un grido soffocato.
Qualche minuto dopo, il mastino riapparve, leccandosi il muso
insanguinato.
una terza, una quarta volta, a brevi intervalli, Astula ripetè la
stessa manovra. E sempre senza un latrato, Senza un ringhio, in silenzio,
come un lupo.
Toc, toc,, toc... Una mitragliatrice vicinissima.
Su l'orlo della duna ribollirono schizzi di sabbia, come pìccoli scoppi.
Col suo meraviglioso istinto del pericolo, Astula mutò prontamente
tattica. Discese più giù, al coperto, nell'avvallamento della sabbia: ma
rimase tutto teso come un arco, le orecchie ritte in ascolto, alle insidie
che il nemico tendeva di fuori.
Un fruscio. Una faccia nera si sporse dalla sommità della duna, una canna di
fucile si protese...
In quel momento drammatico, Crabieli avrebbe voluto muoversi, impugnare il
suo moschetto, urlare: ma si sentiva le membra paralizzate, la gola
chiusa dall'angoscia.
Vide il beduino prendere la mira puntando su lui. Ancora un attimo...
Ma già Astula era balzato su le agili zampe, col pelo Irto, le fauci
scintillanti di denti.
Uno scatto fulmineo e, zac, la terribile tenaglia delle sue zanne si
chiuse, con un colpo netto preciso, su la gola, del nemico.
Non un grido, potè emettere, il beduino, non un gemito. Il suo corpo rotolò
giù nella scarpata, con la gola schiantata.
Uno dopo l'altro, gli assalitori subivano la stessa sorte. Le terribili
zanne dei mastino non fallavano. Sempre lo stesso colpo sicuro e preciso,
fulmineamente. Uno dopo l'altro, i nemici rotolavano sbranati a far mucchio.
Crabieli guardava sbalordito. Ma, a poco a poco, le
sue idee tornarono a intorbidirsi, a confondersi. Di nuovo sprofondò in
un baratro buio.
III
Crabieli si ritrovò nella ridotta, disteso su un lettuccio. Accanto gli
stava Frogenziu Carrus.
- Come va? - gli chiese il compagno, sorridendo. - Meglio, mi pare.
- Credo. Ho dormito.
- Altro che! Hai vaneggiato, per tre giorni e tre notti, in preda a una
febbre altissima.
- Sono stato ferito, mi pare.
- Sì. Alla testa. Ma ora sei fuori di pericolo. La ferita si sta
rimarginando.
- E Astula dov'è!
- Eccolo. Vieni fuori, Astula.
Il cane sbucò di sotto al lettuccio, dove stava accovacciato, appoggiò la
grossa testa accanto al guanciale, fissando in volto il padrone, con occhi
pieni di dolcezza.
Crabieli lo accarezzò, passandogli e ripassandogli la mano su la testa. E
gli parlava sommesso:
- Astula, mio buon bestione, mio prode fedele amico...
Il cane mugolava di gioia, con un sommesso raglio, con una espressione quasi
umana negli occhi.
- Senza di te, non mi troverei qui in salvo.
- È vero - assentì Frogenziu Carrus. - Gli devi la vita a questo cane. Ti
ha difeso con un accorgimento e un accanimento che hanno impressionato
tutti. Un'eroica abnegazione, un coraggio e una sagacia che sembrano
incredibili in un cane. Intorno alla duna, dove ti abbiamo trovato, appena
giunti i rinforzi, c'erano mucchi di cadaveril, unai vera carneficina di
quelle facce affumicate. Tutti colpiti
allo stesso modo, sbranati con un colpo di zanne, con la carotide
recisa come con un colpo ili eoltello. Che stile, caro mio! Come se Astula
avesse una consumata perizia di beccaio. Devi veramente tenerlo caro
un simile cane.
Non è, più un cane, per me - rispose Crabieli. - E' un umico, uni fratello.
Tacque, un istante. Poi, chiese:
Ed ora? Come stanno le cose, qui? Mi hai detto chesono giunti i
rinforzi.
- Giunti? Piombati, devi dire,fcome un uragano. Avresti dovuto vederli
all'opera! Furie scatenate. In poche ore di combattimento, piazza pulita.
Gente di fegato, caro mio, quei nostri compagni ]d'arme. Gente rotta alla
guerriglia del deserto, comandata da un capitano, Sardo come noi, che sa
il fatto suo. Un uomo di ferro, prode, risoluto. Quei cani si sono dati a
una pazza fuga ed hanno lasciato il terreno coperto di cadaveri. Ora li
stanno inseguendo, per completare il rastrellamento. Qui siamo rimasti in
pochi.
Mi duole di non trovarmi con i nostri compagni, mentre essi si stanno
battendo.
Sta' tranquillo. Avrai tempo di levartene il gusto. Ci sarà ancora da
menare con quei macachi.
Pochi giorni dopo, Crabieli Deriu faceva la sua prima passeggiata.
nella corte del fortino, appoggiandosi al braccio del suo amico.
Si inebriava della gran luce solare diffusa sull'immensità del
deserto, che spiegava davanti ai suoi occhi, al di là dagli spalti, il suo
oceano di sabbie ondoleggianti. Quella luce cruda, metallica, che levava
riverberi di calcina battendo su i muri del fortino e che, nelle angustie
della sete, durante l'assedio dei Beduini, gli era sembrata
atroce e torturante, ora gli dava un senso di piacevole', smagliante
splendore, di gaudiosa pienezza di vita. Era cessata l'incertezza della loro
situazione nel cerchio dei folgoranti fucili nemici. Respirava gli aspri
selvaggi sentori di lontane oasi, che a tratti giungevano dal deserto,
recati da fiacchi soffi di vento.
Godeva della grande quiete che regnava intorno altissima e che, dopo
l'imperversare delle sparatorie, durante i combattimenti dei giorni
precedenti, dava un senso di riposo profondo.
- Sembra inverosimile - disse Crabieli - tanta calma e tanta serenità, dopo
l'infuriare delle fucilate che ci ardeva d'intorno senza sosta nei giorni
scorsi.
- Specialmente l'ultimo giorno - rispose Frogenziu Carrus - quando tu
giacevi fuori di sensi presso il pozzo e noi ti credevamo perduto,
barbaramente trucidato dal nemico, è stato un vero inferno. Quelle facce
sporche ci scatenavano intorno uragani di fuoco. Le mitragliatrici non
davano tregua. Le pallottole schioccavano di continuo su le difese,
sgretolavano i muri.
- Forse - osservò Crabieli - si erano accorti che la nostra piccola
guarnigione era giunta all'estremo della resistenza, senza acqua e senza
munizioni.
- Credo anch'io. Perciò serravano sempre più il cerchio mortale. Le loro
bande erano giunte, imbaldanzite, fino a pochi passi dalla ridotta, quando
sono entrate in azione le truppe mandate in nostro soccorso. È stato un
colpo di scena, caro mio, che c'era da urlare per l'allegria. Travolti e
sbaragliati, quei cani galoppavano come forsennati. Una torma di cinghiali,
sembravano, con i mastini alle calcagna. Certo scappano ancora, perché quel
capitano Delogu che li insegue è un fegataccio che non desiste facilmente
dalla presa. Conosce con che razza di gente combatte e da addosso senza
tregua,
dovesse inseguirli per settimane, fino a disperderli. Questa è la sua
tattica,
hanno detto i suoi soldati.
-Da molto tempo manca?
-Da cinque giorni.
Ci fu un momento di silenzio.
Non ti pare un po' troppo, per un inseguimento noi deserto? - fece Crabieli,
pensoso. - Che siano caduti in qualche agguato?
- Tutto è possibile, con la gente che combattiamo - ripose Frogenziu. - Ma
il deserto è vasto. Le distanze sono enormi. Occorrono giorni e giorni per
superarle. E poi, con un ufficiale come quel Delogu, energico e risoluto,
non c'è da preoccuparsene.
Sedettero su gli spalti, all'ombra della torretta che dominava il fortino.
Avevano davanti lo scenario grandioso e suggestivo dui deserto: immensità
oceanica di sabbia d'oro, pianoro ardente e fosforescente sotto il sole
rutilante del pomeriggio.
-E' bello sedere qui, al rezzo, in tanta quiete - disse Cabrieli.
- Sembra di essere sul sacrato del nostro lontano villaggio - rispose
Frogenziu - come quando, nelle sere domenicali, oziavamo, spaziando con lo
sguardo su l'altipiano.
Se mi vedessero nel nostro paesetto, conciato come sono, annerito dal sole e
con questo turbante di bende bianche intorno alla testa, scommetto che mi
scambierebbero per un beduino autentico.
I due compagni risero a quella buffa idea. Dall'alto della torretta, il
soldato di guardia gridò:
Una cavalcata all'orizzonte!
I pochi soldati rimasti di guarnigione si fecero su gli spalti a guardare.
Sopraggiunse il tenente Ribichesu, che comandava il piccolo presidio.
- Sono i nostri? - gridò l'ufficiale alla vedetta.
- Non si distingue bene. Si intravede una massa confusa che avanza rapida,
in una nube di polvere.
- In quale direzione?
- A Sud.
L'ufficiale puntò il binoccolo, scrutò a lungo.
L'orizzonte appariva chiuso, misterioso, sotto un cumulo di vapori
rossigni. L'aria, nella vampa dell'ardente sole pomeridiano, vibrava come
per il riverbero di un immane incendio.
- Effettivamente non si distingue bene - disse il tenente. - È una cavalcata
ancora molto lontana. Certo si tratta dei nostri, che rientrano dopo la
battuta. Tra un'ora saranno qui.
L'ufficiale vide Crabieli. Chiese:
- E tu, Deriu, come vai?
- Bene, signor tenente - rispose Crabieli, mettendosi su l'attenti.
- Me ne rallegro. Hai corso serio rischio. Ti servirà per esperienza. Non
dimenticherai più che è molto imprudente avventurarsi soli, fuori delle
difese, mentre il nemico ci accerchia.
- Signorsì.
Il tenente si allontanò.
- Ha ragione - disse Crabieli all'amico. - Ma il tormento della sete, che è
una pessima consigliera, mi ha fatto perdere la testa.
Passarono alcune ore. Il sole era quasi al tramonto.
- È strano - osservò Frogenziu Carrus - che la cavalcata non sia ancora
apparsa. A quest'ora dovrebbe essere qui.
- È vero - disse Crabieli. - Non si vede più alcun
vivo in questa desolata immensità. Tutto deserto, tutto immobile.
E scrutava , aguzzando lo sguardo, verso le estreme misteriose lontananze
dell'orizzonte, dove si accumulavano brume violacee, come vapori che si
levassero da un mare.
Nessuno, proprio nessuno.
Forse la vedetta si è ingannata - osservò Frogenziu - Si trattava
certamente di un miraggio oppure ili un'ondata di sabbia sollevata da un
soffio del gìiibli.
Può anche darsi che sia passata, a grande distanza, una carovana.
Il sole al tramonto sprofondò, all'estremo limite del deserto, come in un
mare. Si spensero i bagliori rossastri o violacei che ardevano all'orizzonte
come fuochi di bengala. Un rapido crepuscolo: cenere...