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La leggenda del cane fonnese Astula (parte2)
- Non la smettono, quei demoni di cani - disse Crabieli, che era rimasto nell'addiaccio, continuando a mungere. - È Astula, il tuo cane, che sta aguzzando le zanne sul pelo dei mastini di quei porcari che sono venuti dal Capo di Sopra a pascere i loro branchi nelle nostre ghiandaie. Crabieli accorse. - Astula, qui! Ma il mastino ispido, irsuto, tutto scintillante di zanne, tutto fuoco di fosforo negli occhi, pareva una belva. Da solo teneva testa agli avversari. Colpi di zanne che levavano toppe di pelle, strappavano ciuffi di pelame, segnavano squarci sanguinanti. Ben cinque cani gli stavano contro: e lui, uno dopo l'altro, li atterrava, li faceva rotolare, li straziava ferocemente. Crabiele dovette intervenire con un randello. Qui, Astula! Qui, qui. A grande fatica, riuscì ad abbrancare il suo cane al collare. E lo legò con una cinghia al tronco di un albero. - Ora farai penitenza, brutto muso - gli gridò irato. - Ti lascerò legato qui per tutto il giorno. Imparerai a essere più riguardoso con gli ospiti. Ma i pastori forestieri, sopraggiunti, diedero ragione ad Astula. - Niente affatto! - disse uno di essi. - II vostro cane è stato assalito. Si è difeso. Ma che razza di cane! Un demonio. E lo guardava, ammirato. Astula, si leccava tranquillo il muso insanguinato e ansimava, con la lingua rossa fuori delle fauci sfioccanti di bava. Magro. Tutto stinco e nervo. Gli si contavano le costole: la schiena ossuta sporgeva dal cuoio, a punte, come una sega. Aveva il pelo corto, ispido, d'un grigio sporco. I piccoli occhi verdigni lucevano, a tratti, come granì di fosforo. Coda, lunga, sottile: orecchie appuntite, mobilissime: muso aguzzo, con le nari sempre palpitanti a ogni sentore che passasse nell'aria. - Che razza di cane! - riprese il pastore forestiere. - È un combattente valorosissimo.
- Cane di Fonni - disse Crabieli. - Razza dura ni fiera. - Questo, poi, - intervenne Frogenziu Carrus - è straordinario. Prode e ciecamente fedele. - Vero - confermò Crabieli. - È capace, per me, di affrontare qualunque pericolo. Ha una storia, Astula. Lo trovai abbandonato, moribondo, in un rifugio di porcari fonnesi venuti qui, alcuni anni addietro, come voi, a svernare con i loro branchi. Era gravemente ferito, con la testa mezzo fracassata. Forse gli era rotolato addosso un masso o era precipitato in un burrone. I padroni erano ripartiti e lo avevano abbandonato, credendolo spacciato. Ne ebbi pietà. Lo curai. Guarì. Per ciò, mi si è affezionato tenacemente. Soggiunse, a bassa voce, quasi tra sé, con un lieve, tremito di rimpianto nella voce: - Ed ora, che debbo partire per l'Africa, lo devo lasciare. Questo, sì, mi dispiace assai. Al momento di partire dal monte - il giorno dopo - quel rammarico di Crabieli si fece più sentito. - È un cane, vedi - disse al suo compagno Fro¬genziu Carrus. - Ma mi sembra, in questo momento, un amico. Mi duole proprio di doverlo lasciare. - E perché non lo prendi con te? - fece Frogenziu. - Matto, sei? Vuoi che mi permettano di tirarmi dietro, in Africa, un cane? - Perché no? Un cane come Astula può rendere utili servizi, là giù. Credo anzi, mi pare di averlo udito da qualcuno, che il Comando Militare abbia fatto richiesta proprio di cani sardi. Ad ogni modo, prova. Portalo con te. Così .fece, Crabieli. E anche Astula partì Crabieli Deriu e Frogenziu Carrus si trovavano in una ridotta avanzata, nel deserto libico. Il loro distaccamento aveva quasi esaurito le riserve d'acqua e non poteva attingere al pozzo vicino, perché era circondato dal nemico, che lo stringeva in un cerchio di l'erro. Il torrido, tremendo sole africano picchiava col suo maglio incandescente su le sabbie del deserto, che si stendeva intorno sconfinato, sbiancava il cielo, opprimeva e schiacciava.
L'aria arroventata tremava, come se tutta la terra ardesse in un immane incendio, come se dalle remote lon-Innanze dell'orizzonte si sprigionasse il riverbero di una fornace. A tratti, il ghibli si scatenava, con improvvisi soffii, .sollevando uragani di sabbia che si rovesciavano in un'ardente e accecante pioggia di fuoco. - Animo, ragazzi! esortava il tenente che comandava quel posto avanzato, un giovine secco, asciutto, cotto dal sole, nera barba incolta. - Bisogna resistere, a tutti i costi, I rinforzi sono in cammino.
- Ma non arrivano mai - disse un soldato, esausto dalla torturante sofferenza della sete. Arriveranno. E intanto crepiamo dalla sete. - Hai la tua razione, per ora. Se ne vuoi di più, va' a prenderla al pozzo.
Il soldato ammutolì. Gli altri soldati, non appena l'ufficiale si allontanò, si rivoltarono contro il brontolone. - Te la sei meritata la lezione. - Che scempiaggini ti salta in testa di dire! - Porse che sei tu solo a soffrire la sete? Poi cominciarono a canzonarlo. - Ordina al bar qui vicino una birra al ghiaccio. - No. Una granita di caffè. - Un gelato di crema. Scoccarono risate. Finì per ridere anche il soldalo insofferente. Ma, d'improvviso, come allarmate i da quella invorosimile ilarità, si risvegliarono le mitragliatrici nemiche e martellarono, con raffiche stizzose. Crabieli Deriu e Frogenziu Carrus, che erano i più sereni e allegri della compagnia, fecero il verso a quello pettegole.
- Coccodè! Coccodè!
Anche Astula, che era stato accolto senza difficoltà al servizio della compagnia e che stava accanto al suo padrone, puntava il muso acuminato e gli occhi ferini verso lo spazio desertico misterioso e insidioso: rugliava, irritato, a quell'improvviso crepitìo che lacerava il silenzio.
Astula era l'unico che non patisse la sete. Durante il giorno, nelle ore morte, quando non si scatenavano assalti nemici e la fucileria taceva, vigilava in un angolo d'ombra, composto come una sfinge su le quattro zampe con la lingua rossa fuori delle fauci sbavanti. Di sera, quando si spegneva l'incendio abbacinante del sole e le prime ombre si addensavano su l'oceano delle sabbie, scrutava a lungo con gli occhi fissi intenti, attraverso una feritoria della ridotta, la vastità misteriosa del pianoro, che gli stava davanti sterminato, fiutava con le nari frementi l'aria infida, ascoltava con le orecchie tese ogni più lieve rumore, ogni fremito. Poi, calata la notte, quando le tenebre formavano una massa densa compatta nel cielo cominciavano a formicolare le stelle -sgusciava fuori della ridotta. Pareva intuisse il pericolo. Strisciava cauto, lentamente: scivolava tacito, spariva, ombra nell'ombra. Dopo una breve assenza, ricompariva con la stessa cautela, strisciando silenzioso.
La prima volta che aveva notato quella manovra del suo cane, Crabieli era rimasto sospeso in apprensione, temendo di udire da un istante all'altro il crepitìo della fucileria nemica e l'urlo del povero Astula colpito a morte. M a. non era capitato nulla di tutto ciò. Il mastino era rientrato tranquillo, con gli occhi che pareva scintillassero di malizia, leccandosi il muso umido, grondante tutto d'acqua.
- Manigoldo! - aveva esclamato Crabieli, ridendo e carezzandogli il grosso testone.
I compagni d'arme si erano subito fatti intorno al cane, meravigliati e rallegrati dall'episodio.
- La sa lunga il tuo cane, Crabiè. - Se la cava sempre, furbacchione. - Scommetto che i Beduini lo hanno scambiato per II diavolo in persona. - Macché! Puoi star certo che è passato senza che nessuno se ne sia accorto. - Noi crepiamo di sete e lui sciala, prendendosi persino no il bagno. - Converrai, però, che non è egoista. Ci reca, così grondante, un po' di refrigerio. - È vero.
K tutti facevano a gara per passare le mani e il volto sul pelame bagnato del cane, per godersene la frescura. Astula, che ormai conosceva tutti i soldati della ridotta, lasciava fare, tranquillo.
Intanto erano passati altri due giorni: ma i rinforzi non erano giunti a liberare la piccola guarnigione da quel cerchio di ferro e di fuoco che la serrava inflessibile.
Gli assalti dei nemici si ripetevano, sempre più frequenti e incalzanti, non di rado con sanguinose zuffe a corpo a corpo su gli spalti della ridotta, dove il nemico, con subitanee irruzioni, riusciva talvolta a infiltrarsi. Crescevano, di giorno in giorno, le difficoltà delle resi¬stenza e crescevano le sofferenze della sete. Difettavano le munizioni: la razione d'acqua era stata ancora più ridotta: il tormento dell'arsura era divenuto insopportabile. Quel rutilante bagliore di sole, quel barbaglio implacabile di sabbie, che si stendevano a gibbe e a marezzi fino alle estreme lontananze dell'orizzonte, diventavano un incubo. Angosciava, quella terribile immobilità dell'aria, die pesava come di piombo, in un silenzio enorme che durava giornate intiere. Veniva la voglia di urlare, per rompere quel tragico incubo, di sparare all'impazzata. Anche Crabieli Deriu, che aveva resìstito più degli altri, soffriva l'atroce tortura. Gli sembrava che le vene gli dovessero scoppiare. Gli si accendevano scintilii di fuoco nelle pupille abbacinate, il cervello gli ribolliva. Aveva tragiche allucinazioni. Certi momenti, gli sembravi i che il sole infocato lo calcinasse, ora per ora, minuto per minuto, trasmutandolo in mi informe abbozzo di creta.
Una sera, senza rendersi conto di ciò che faceva, impulsivamente, quando il suo cane - come era solito ogni giorno - cominciò a strisciare cauto fuori della ridolla, gli si mise dietro, prima che i compagni potessero trattenerlo. Fuori della ridotta, strisciando passo per passo, carponi, dietro il cane, raggiunse il pozzo.
L'acqua bramata, l'acqua benedetta, formava una piscina , rigava la sabbia rilucendo come un rivolo d'argento sotto lo sbrillìo delle stelle che formicolavano nel firmamento, a grappoli, a ghirlande. Mistero alto e profondo. Il deserto, nel buio, mandava i suoi fiati ardenti. Giungevano da lontano sentori aspri e selvaggi, vaghi confusi rumori. Cabrieli curvò su la pozza, bevve e ribevve avidamente, a lunghe sorsate, riempì la borraccia: si bagnò la testa, il volto, il collo, godendo, come in una ebbrezza, la divina frescura dell'acqua. Poi si risollevò, riprese la via del ritorno, strisciando dietro il cane, che procedeva con la sua andatura cauta e guardinga, su le zampe piegate, con la coda tesa, il muso puntato, scrutando nel mistero della notte che avvolgeva la terra col suo grande tabarro di tenebre.
D'un tratto, quasi di botto, Astula si arrestò, col pelo arruffato: si piegò ancora di più su le zampe, si acquattò sul terreno. Un lieve, quasi impercettibile ringhio.
Quasi subito crepitò una raffica di mitragliatrice. Parve una risata beffarda, nel silenzio. L'aria fu lacerata dal sibilo acuto delle pallottole.
Crabieli si sentì ravvolto come in una ventata di fuoco. Si gettò prontamente a terra e cercò di raggiungere una piega del terreno tra due dune, per mettersi ni riparo.
Altre raffiche martellarono rapide, ringhiose.
Era già giunto al bordo di una duna, quando sentì una violenta botta alla testa.Gli si intorbidirono le idee: gli parve di sprofondare In un baratro. Rotolò su la scarpata della duna in un angolo morto, giacque immoto, privo di sensi.Quando rinvenne, era l'alba. Si guardò intorno, trasognato, senza rendersi conto, su le prime, della sua situazione. Poi capì, ricostruì quanto era accaduto durante la notte. Sentiva un acuto cocente dolore alla testa: non poteva muoversi, non aveva forza neppure di levare una mano. Tuttavia conservava una nitidissima lucidità mentale, si rendeva conto di ogni minima cosa.
Davanti a sé, sul bordo della duna, vedeva Astula appiattato su la sabbia in atteggiamento di attenta vigilanza. Aveva le fauci e il petto insanguinati: e sangue rosseggiava su la sabbia intorno a lui. Certo anche la povera bestia era stata ferita.
Crabieli si provò a chiamarlo, con un soffio di voce. - Astula! Il cane voltò la testa, lo guardò, scodinzolò. Ma non si mosse. Fiutava il vento, ascoltava intensamente i più lievi, quasi impercettibili rumori e teneva gli occhi fissi su la cresta della duna, che la luce dell'alba, che schiariva il cielo, spruzzava di un riflesso d'argento,
D'un tratto, fu in piedi, con un fulmineo scatto, balzò fuori di quella trincea naturale formata dal bordo della duna. Si udì un urlo soffocato, un tonfo. Poi, nulla.
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Ultimo aggiornamento:
21-05-05
by Alberto Sanna