....Popoli
sardi, quasi che la Sardegna fosse un impero di popoli vari, e non un'isola
di a malapena
500.000 abitanti, a quell' epoca. Ho citato gli atti parlamentari che
riguardano i sardi durante l'ultimo secolo, perché vi è estranea la lotta
politica. Noi non abbiamo avuto lotta politica, che è la sola che porta
all'unità. E non credo azzardato pensare che il brigantaggio fenomeno
collettivo, quello che è finito nel secolo scorso, e del quale i rapsodi
ciechi cantavano le gesta percorrendo l'Isola di festa in festa, fosse
l'ultimo avanzo della resistenza dette regioni più protette dai monti, fin
dalle conquiste romane. Il che fa sì, in realtà, che noi non abbia noi avuto
storia. La nostra storia è quella di Roma, di Aragona ecc. ecc. Il periodo
dei giudicati, che con ogni probabilità non sono d'origine locale ma
principati creatisi attorno ad alti funzionari bizantini nel periodo in cui
Bisanzio lasciò cadere l' isola, è quello che di
più accosta le nostre vicende a quelle delle Signorie che, netta maggior
parte delle città
d'Italia, hanno unificato padroni e servi. Eppure, tranne Cagliari e
Sassari, in cui la borghesia commerciale di tutti i tempi si accordava
facilmente con i dominatori, il resto dell'Isola avrebbe dovuto presentare tutt'altro
che semplice la sottomissione. Dal periodo aragonese alla metà del secolo
XIX i contadini e i pastori lavoravano per mantenere in vita oltre 350
feudatari, tanti l'Isola allora spopolata più che non oggi, ne contava,
compresi quelli viventi in Ispagna. Vero è che se i sudditi erano
miserevoli, i signori non lo erano meno. Dovevano vivere solo di albagia
come, ogni collina un castello, lai piccola nobiltà di Guascogna affamata.
Le loro case sono la
testimonianza della loro piccola vita. Nessun palazzo di antico feudatario
esiste da noi che assurgi alla dignità del modesto edificio per la servitù
che a Pesaro i duchi di Urbino posero di fronte alla loro signorile dimora.
Niente di grandioso essi hanno costruito o conosciuto, all' infuori della
loro ingordigia. Di grandioso, l'Isola non ha che le costruzioni delle sue
tribù preistorche e il vento.
Fino al '900, niente lotta politica. Neppure l'autonomia che ci venne dai re
d ' Aragona fu una nostra conquista. Gli Estamentos altro non sono stati che
un sistema politico abile per rendere più sicura la nostra sconfitta.
La lotta politica comincia in Sardegna con la lotta di classe dei minatori
delle grandi miniere dell'Iglesiente: con essa ha inizio la Sardegna
moderna. Lotta vivificata non da ideali regionali, ma nazionali e
universali. A loro
fianco, ma ricollegandosi al movimento per la terra della fine del XVIII
secolo, sorse nel primo dopo-guerra, il movimento del Partito Sardo
d'Azione, cioè dei contadini e dei pastori. Anch'esso poneva l'istanza
universale dell'emancipazione dell'uomo, ma faceva appello particolare al
popolo sardo. Il fascismo, contro
cui il Partito Sardo d'Azione diresse la lotta, ne arrestò lo sviluppo.
Non abbiamo avuto neppure la guerra partigiana, che i tedeschi, a settembre,
per la complicità dei nostri capi militari, son passati in Corsica,
pacificamente, e il fascismo sardo si è evaporato e mimetizzato in un
giorno.
La Sardegna traversa oggi una crisi che si potrebbe chiamare dì trapasso.
Alla vecchia società patriarcale, individualista e immobile, subentra una
Sardegna che comincia ad essere collettiva e in movimento.
I principi che reggevano la
prima sono scomparsi, né sono ancora fissi quelli che dovranno reggere
l'altra. Per cui si possono fare oggi dei rilievi con molta serenità. Le
tanto decantate nostre qualità ataviche come il sentimento dell’onore,
coraggio, disciplina, lealtà, fedeltà alla parola data ed altre consimili,
sono favole.
Non siamo né migliori né peggiori degli altri. Il fascismo si affermò da
noi, vile imbroglione e caporalesco, come altrove, in tutta Italia. In un
certo senso, si è avuta la dimostrazione che la nazionalizzazione dell'Isola
era avvenuta come nelle altre regioni d'Italia. E la nostra costanza
- l'ostinazione- è la stessa nel bene e nel male. Abbiamo troppo sofferta
sempre, perciò la nostra caratteristica non è la bontà: direi anzi il
contrario. Noi siamo
tutti piuttosto cattivi, a freddo, senza trasporti sentimentali. La stessa
vendetta lo dice. Essa non esplode immediata e pubblica, come in Corsica,
incontenibile risposta all'offesa. La vendetta sarda è covata lungamente,
silenziosa e clandestina, per anni, spesso per tutta la vita; e colpisce
calcolata-mente, solo nel giorno più propizio, sì che alla strage del nemico
corrisponda l'incolumità propria e, possibilmente, l'ergastolo per il nemico
numero due, verso cui devono convergere tutti gli elementi di accusa.
Vendetta, come ognuno vede, impeccabilmente razionale. Per cui la stessa
cattiveria, impronta dei servi (captivus) i quali appaiono
irrimediabilmente malvagi, non è differente neppure oggi da quella che
Cicerone vedeva negli schiavi sardi venduti sul mercato di Roma. Di qui
indubbiamente quella nostra ironia che appare disarmata ma che ferisce, e
che fa del sarcasmo la nostra naturale impronta. Antonio Gramsci, nei suoi
scritti è, a mio parere,l'espressione più vera di questa nostro stile.
Espressione estranea alla Deledda che, descrivendo il nostro mondo reale, lo
fissa, ma non aspira a portarlo innanzi, nell'avvenire. E Sebastiano Satta
l'ha annullata in una oratoria sostenuta che non la consentiva: oratoria
assolutamente estranea} al nostro « genio ». L'ha sentita come « spietato »
solo Ciusa, in quella sua Madre dell'ucciso che non per nulla sembra
ispirata al bronzetto dell'epoca nuragica, che egli ignorava.
Ci siamo chiesti tante volte perché la Sardegna che ha tanto sofferto non ha
dato all'arte un grande lirico, netta paesia o nella musica. Non ne abbiamo
avuto. Solamente Gavina Gabriel, ricomponendo alcuni canti e ballate
popolari, ha saputo cogliere e mostrare in una formai non accessibile a
tutti i non sardi, gli echi a più ancora gli annunzi di un
meraviglioso mondo della gioia triste e del dovere contenuto, che un nostro
genio esprimerà domani con accenti universitari.
Ci è mancata l'arte. È che anche l'arte è storia. E perciò, non avendo avuto
l'una, non potevamo avere l'altra.
La nostra umanità è nel profondo della nostra sofferenza che ci è stata
tramandata da una generazione all'altra.
Questa umanità è legata al ricordo del dolore dentro di noi, e che finora
non abbiamo espresso in forma creativa, neppure in politica, e tanto meno in
politica, e che può diventare sublime se si offre al
bene generale, non
può essere meglio espressa, io credo, che dal sacrificio con cui tanti
sardi, in guerra, nella lotta parti-giana pur lontani dalla propria terra,
nella lotta politica, hanno spontaneamente e semplicemente offerto la
propria vita
per la vita di tamii altri, anche sconosciuti. La mancanza d'iniziativa che
generalmente ci viene addebitata -e non proprio a torto io penso- è
anch'essa un prodotto storico, e va inserita fra gli elementi che sono
effetto e non causa delle spoliazioni e delle oppressioni subite e della
nostra arretratezza. Non è a caso che gli emigranti sardi,
tutti, rientrano nei loro villaggi d'origine dopo quarant' anni, poveri come
ne erano partiti dopo aver venduto i loro pezzetti di terra dispersi. Un
sardo, un Matarazzo, partito contadino analfabeta e diventato miliardario
nel Brasile, sarebbe per noi una, specie di Gran Lama, nuragico reincarnato.
Noi portiamo, sotto i nostri piedi, la terra sarda,, dovunque, e ci viviamo
sopra come i contadini vi hanno sempre vissuto per millenni. Perché
agitarsi?
E a profitto di chi non è ancora arrivato il fatto atteso, che è già
nell'inizio della rinascita popolare presente, della Sardegna collettiva,
unita e operosa, che succeda alla vecchia Sardegna dei sardi solitari e
immobili. Certamente, la Sardegna conoscerà una resurrezione, inserendo la
sua vita nella civiltà italiana, europea e universale, di cui ormai è
partecipe. Il fascismo ha peraltro segnato per essa un passo indietro
corrompendola, dividendola
ancora e di più isolandola, com'è avvenuto con tutte le dominazioni
straniere. Il fascismo per la Sardegna, può essere solo comparato, nel suo
passato, alla dominazione aragonese e spagnola. E col suo crolla, vi ha
portato, in
strati fascisti e non fascisti, quel nazionalismo esasperato proprio del
fascismo in Italia, il quale per una grande nazione è sempre un'avventura
tragica, ma, per una piccola regione, isolata per giunta, è fumisteria
grottesca.
Come è stato grottesco, dopo la Liberazione, quel nazionalismo sardo
indipendentista,
che finiva col puntare le fortune dell'Isola sull'America o
sull'Inghilterra. Spedito e allegro indipendentismo, che si metteva alle
immediate dipendenze del miglior offerente, nel caso nostro solo putativo.
Ma così è nazionalismo.
La Sardegna risorgerà, e
saremo noi sardi gli artefìci del nostro avvenire. Ma senza la solidarietà
dello Stato nazionale, sono fantasticherie sognare rapide rinascite. E tale
solidarietà è vano mendicarla. Né può essere spontanea.Non può essere che
una conquista della lotta politica, inscindibile da quella del resto
dell'Italia. E,
come ogni conquista, imporrà lunghi e duri sacrifici. La Sardegna ha oggi
uno sviluppo industriale che la metta alla testa delle regioni del
Mezzogiorno; ma a questo non corrisponde il progresso del restante
dell'Isola. Questa frattura, unica nelle regioni d'Italia, è la conseguenza
del tipo colonialista, della nostra industria. Legare lo sviluppo dell'una
alla trasformazione agricola dell'Isola, e subordinare a quest' ultima la,
prima è il presupposto della nostra rinascita economica, e sociale. Quando
si pensi che 900.000 ettari di terreno -dati tecnici- sono trasformabili e
passibili di diventare produzione agricola, ci si può fare un'idea non solo
delle possibilità dell'Isola, ma dell'apporto che essa può dare all'economia
e alla civiltà nazionale.
Lo Statuto autonomistico vigente contempla questa collaborazione della
Regione e dello Stato per la rinascita, dell'Isola. Ma l'autonomia è ancora
sulla carta, così come lo è lo Stato democratico che in comune abbiamo
costituito. Molte cose sono sulla carta, in Sardegna. Ma v'è anche parecchio
lievito in fermento. Tutto un nuovo mondo si muove, dentro di noi, ed è già
alle sue prime luci certe del mondo esteriore. Vi sono molti secoli che
premono e che ci spingono, oltre il focolare e la casa sprangata, oltre il
nostro canto chiuso fatto di echi di lamenti senza principio e senza fine.
Perché non dirlo?
Sentiamo che il popolo sardo,
come i popoli venuti ultimi alla civiltà moderna e già fattisi primi, ha da
rivelare qualcosa a se stesso e agli altri, di profondamente umano e nuovo.