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Le due facce della Sardegna tra emigrazione lingua e tradizioni(Parte 2 )                                                                                                                                di Giuseppe Dessì

(...Torna alla prima parte) Ora, nessun Sardo accetterebbe di considerarsi o esser considerato straniero in Italia. Ma io uso solo provvisoriamente questa parola, ben lontano dal voler negare la nostra italianità. Desidero solo approfondire un concetto che la retorica nazionalistica ha offuscato. Il processo di unificazione cui accennavo più sopra — quel processa di unificazione che ogni Italiano rivive in sé e che continuamente sì ripete e rinnova nel passaggio e nello scambio tra lingua e dialetto, tra cultura regionale e cultura, nazionale, mentre si compie fatalmente per ogni Italiano della penisola, senza che sia da parte sua necessaria una scelta (anzi, direi, senza possibilità di scelta), per il Sardo, invece, si richiede un impegno volontario e attiva, un'intima decisione perla quale egli diventa Italiano. Poiché, se vuole, egli può, restando chiuso entro i confini della piccola patria sarda, rifiutare di far della lingua italiana la propria lingua — la vera lingua, che tutto esprime, nella quale si pensa — limitandone invece l'uso alle pure e semplici necessità burocratiche, come facevano i suoi antenati per lo spagnolo. E lingua vuoi dire costume, società, sto-ria, cultura insomma. Il rifiuto della cultura italiana (come già il rifiuto della cultura latina o di quella spagnola) non è altro che quella immobilità di cui si parla a non finire, a proposito della nostra isola. Non è pigrizia, come molti credono, è rifiuto. Avere la possibilità di entrare o di non entrare in una società che si sa male organizzata; poter rimanere fuori, vicinissimi ma fuori, e conservare intatta — anche se non realizzata — un’idea di giustizia che quella società non soltanto non realizza ma distrugge; non sapersi decidere a lasciarsi dietro un mondo nostro, antichissimo e nostro, in cui lealtà, fierezza, fedeltà sembra (sia pure per una strana illusione, per un'illusione poetica) possano ancora vivere e dipendere da noi soltanto; questa è la, nostra immobilità. D. H. Lawrence lo ha capito benissimo, forse meglio di ogni altro, nelle pagine veloci e bellissime del suo libro Sea and Sardinia, che quasi nessuno, in Italia, ha letto per intero.
Tutti quelli che vengono da noi vogliono fare la « battaglia del grano ». Cominciarono i Cartaginesi. Come si sa essi fecero della Sardegna uno dei loro più grandi granai. Lo racconta Diodoro, e ci dice 'con quali mezzi ci riuscirono. Furono sbrigativi e pratici. Portarono dall'Africa popolazioni di schiavi destinati ai lavori agricoli, tagliarono, nel Campidano, tutti gli alberi da frutto, comminarono la pena di morte a tutti coloro che si permettevano di coltivare qualcosa che non fosse grano. I Romani continuarono presso a poco con gli stessi sistemi: furono i primi a cominciare sistematicamente la lotta razziale deportando in Sardegna, al tempo di Costantino, migliaia di Ebrei. I Genovesi e i Pisani furon da noi solo di passaggio, ma ci furono da conquistatori; gli Aragonesi non lasciarono tracce di civiltà. Il Piemonte paralizzò letteralmente l'economia sarda con la legge delle chiudende. Pochi sanno perché la proprietà è così frazionata — polverizzata, dicono i tecnici — in Sardegna. Si può dire, senza esagerare, che, in Sardegna, ogni uomo è padrone di un pezzettino di terra. Ogni poveretto ha il suo pezzetto di terra, che è, per lui, come una prigione. Nessuna possibilità di lavorarlo altro che con la zappa. Ogni pezzetto è cinto da un mura di sassi. Chi arriva in Sardegna in aereo rimane sorpreso da questa fittissima rete di muletti a secco. Ebbene, lì sta scritta la storia della civilizzazione piemontese, a quei muretti è legato il nome di Carlo Alberto. Prima del 1820 non esistevano (è di quell'anno la legge delle chiudende). Ogni comunità agricola sarda (Giuseppe Medici ha paragonato queste comunità di contadini al mir russo, benché forse il mir fosse assai meno progredito, rispetto alle nostre comunità, sia per la rotazione delle culture tra pascolo e seminai sia per la distribuzione annuale della terra) possedeva un vasto-territorio che veniva sfruttato collettivamente dai « comunisti ». C'erano, accanto alle terre delle comunità contadine, le terre della Corona, le terre baronali e quelle della Chiesa; ma la gran massa dei contadini viveva collettivamente sulle terre della collettività, e aveva anzi acquisito il diritto di semina sulle terre incolte appartenenti alla Corona o ali grossi proprietari. Tale regime di economia collettiva non era mai stato modificato dalle dominazioni precedenti, ma fu distrutto di colpo dalla legge delle chiudende. I Signori Relatori della Regia Udienza pensavano, in tal modo, di porre rimedio a uno stato di cose veramente deplorevole; e fu stabilito perentoriamente, con editto reale, che chiunque, quell'anno, avesse chiuso con un muretto la terra che quell’anno aveva coltivato, ne sarebbe divenuto padrone. Così i contadini sardi, che erano, praticamente, padroni di tutta la terra, furono imprigionati nel pezzettino che si erano trovati a coltivare quell'anno. Fu tolta la possibilità di rotazione tra pascolo e seminario, e ogni pezzetto di terra s'isterilì.
Gli furono ribellioni, sommosse: ma non servirono a nulla.
Io, Sardo, capisco come si possa mentalmente e silenziosamente odiare.
Quest' odio silenzioso fa parte del nostro mondo.
Certo l'odio è un sentimento sterile. Siamo pieni di rancore e di orgoglio: diffidiamo anche di noi stessi. E stiamo fermi. Quando la- Sardegna si mosse dietro la bandiera che Emilia Lussu aveva alzato, questo nodo di silenzio1, questo complesso di mortificazioni si sciolse finalmente. Gli storici futuri diranno quale enorme importanza abbia avuto il movimento sardista, che da alcuni è stato presentato come un movimento combattentistico di rivendicazione. Era anche questo; ma non era soltanto questo. Era questo per i borghesi che c'eran dentro, e che poi tradirono il movimento e passarono al fascismo. Nel suo libro Marcia su Roma e dintorni, Lussu fa una precisa distinzione tra la massa dei contadini e coloro che poi trovarono naturale e comodo accettare le proposte del generale Gandolfo, prefetto fascista e uomo di fiducia di Mussolini.
Ma gli uomini che rimasero consapevolmente fedeli all'idea che aveva animato il movimento rivoluzionario sardista, questi uomini pur senza mai rinnegare l'Italia, la concepivano in funzione europea, che è, per noi Sardi, il solo modo possibile di essere Italiani.
Ora io penso che questo potrebbe essere un insegnamento anche per gli Italiani della penisola. mia cara amica pisana, alla quale avevo sempre parlato della Sardegna, un giorno, dopo tanti anni che ci conoscevamo, disse : « Come credi che mi troverei, in Sardegna, se ci andassi » Evidentemente, con tante parole, non ero mai riuscito a darle, un'idea detta mia terra, con tante parole dette e scritte.
Eppure io l'avevo ben chiara in mente, come il viso di una pur sona, con le sue rughe. La vedevo. Rivedevo le sue montagne, l« sue pianure, nel colmo dell'estate, quando tornavo in aereo, la chiusura dell'università, e non era piovuto da mesi e mesi. La mia amica aveva viaggiato, era stata in Grecia, ma non patevo fare riferimenti, non 'ostante una mia vecchia idea di raccontare il mito di Oreste ambientandolo in Sardegna, immaginando tra le mie montagne la grande tomba di Agamenno, Klettra si reca segretamente.
Siccome era notte e c'era la luna (eravamo fuori di Porta a Lw.ca) dissi atta mia amica: « Immagina di essere nella Luna, immagina un paese così, completamente diverso, arido come la luna, ma che però ha un'altra faccia che gli uomini non hanno mai visto. Lì, contrariamente a quel che si crede, c'è un poco di acqua, quanto basta a certe piante che resistono olla siccità... ».
E continuai nella favola, perché la metafora era comoda: un mondo preistorico ancor vivo, coesistente con le forme moderne della civiltà, come la Luna, frammento che testimonia di una fase trascorsa del sistema solare, continua a seguirlo nel suo viaggio attraverso gli spazi, tuttora presente e operante in esso.                                    Un altro senso del tempo, un ritmo diverso.

 

 

                Gennaio 1951                                                                                         Giuseppe Dessì


 

 

                                                                        

 

 

Ultimo aggiornamento:  12-03-07                              by Alberto Sanna