(...Torna alla prima parte) Ora,
nessun Sardo accetterebbe di considerarsi o esser considerato straniero in
Italia. Ma io uso solo provvisoriamente questa parola, ben lontano dal voler
negare la nostra italianità. Desidero solo approfondire un concetto che la
retorica nazionalistica ha offuscato. Il processo di unificazione cui
accennavo più sopra — quel processa di unificazione che ogni Italiano rivive
in sé e che continuamente sì ripete e rinnova nel passaggio e nello scambio
tra lingua e dialetto, tra cultura regionale e cultura, nazionale, mentre si
compie fatalmente per ogni Italiano della penisola, senza che sia da parte
sua necessaria una scelta (anzi, direi, senza possibilità di scelta), per il
Sardo, invece, si richiede un impegno volontario e attiva, un'intima
decisione perla quale egli diventa Italiano. Poiché, se vuole, egli può,
restando chiuso entro i confini della piccola patria sarda, rifiutare di far
della lingua italiana la propria lingua — la vera lingua, che tutto esprime,
nella quale si pensa — limitandone invece l'uso alle pure e semplici
necessità burocratiche, come facevano i suoi antenati per lo spagnolo. E
lingua vuoi dire costume, società, sto-ria, cultura insomma. Il rifiuto
della cultura italiana (come già il rifiuto della cultura latina o di quella
spagnola) non è altro che quella immobilità di cui si parla a non finire, a
proposito della nostra isola. Non è pigrizia, come molti credono, è rifiuto.
Avere la possibilità di entrare o di non entrare in una società che si sa
male organizzata; poter rimanere fuori, vicinissimi ma fuori, e conservare
intatta — anche se non realizzata — un’idea di giustizia che quella società
non soltanto non realizza ma distrugge; non sapersi decidere a lasciarsi
dietro un mondo nostro, antichissimo e nostro, in cui lealtà, fierezza,
fedeltà sembra (sia pure per una strana illusione, per un'illusione poetica)
possano ancora vivere e dipendere da noi soltanto; questa è la, nostra
immobilità. D. H. Lawrence lo ha capito benissimo, forse meglio di ogni
altro, nelle pagine veloci e bellissime del suo libro Sea and Sardinia, che
quasi nessuno, in Italia, ha letto per intero.
Tutti quelli che vengono da noi vogliono fare la « battaglia del grano ».
Cominciarono i Cartaginesi. Come si sa essi fecero della Sardegna uno dei
loro più grandi granai. Lo racconta Diodoro, e ci dice 'con quali mezzi ci
riuscirono. Furono sbrigativi e pratici. Portarono dall'Africa popolazioni
di schiavi destinati ai lavori agricoli, tagliarono, nel Campidano, tutti
gli alberi da frutto, comminarono la pena di morte a tutti coloro che si
permettevano di coltivare qualcosa che non fosse grano. I Romani
continuarono presso a poco con gli stessi sistemi: furono i primi a
cominciare sistematicamente la lotta razziale deportando in Sardegna, al
tempo di Costantino, migliaia di Ebrei. I Genovesi e i Pisani furon da noi
solo di passaggio, ma ci furono da conquistatori; gli Aragonesi non
lasciarono tracce di civiltà. Il Piemonte paralizzò letteralmente l'economia
sarda con la legge delle chiudende. Pochi sanno perché la proprietà è così
frazionata — polverizzata, dicono i tecnici — in Sardegna. Si può dire,
senza esagerare, che, in Sardegna, ogni uomo è padrone di un pezzettino di
terra. Ogni poveretto ha il suo pezzetto di terra, che è, per lui, come una
prigione. Nessuna possibilità di lavorarlo altro che con la zappa. Ogni
pezzetto è cinto da un mura di sassi. Chi arriva in Sardegna in aereo rimane
sorpreso da questa fittissima rete di muletti a secco. Ebbene, lì sta
scritta la storia della civilizzazione piemontese, a quei muretti è legato
il nome di Carlo Alberto. Prima del 1820 non esistevano (è di quell'anno la
legge delle chiudende). Ogni comunità agricola sarda (Giuseppe Medici ha
paragonato queste comunità di contadini al mir russo, benché forse il mir
fosse assai meno progredito, rispetto alle nostre comunità, sia per la
rotazione delle culture tra pascolo e seminai sia per la distribuzione
annuale della terra) possedeva un vasto-territorio che veniva sfruttato
collettivamente dai « comunisti ». C'erano, accanto alle terre delle
comunità contadine, le terre della Corona, le terre baronali e quelle della
Chiesa; ma la gran massa dei contadini viveva collettivamente sulle terre
della collettività, e aveva anzi acquisito il diritto di semina sulle terre
incolte appartenenti alla Corona o ali grossi proprietari. Tale regime di
economia collettiva non era mai stato modificato dalle dominazioni
precedenti, ma fu distrutto di colpo dalla legge delle chiudende. I Signori
Relatori della Regia Udienza pensavano, in tal modo, di porre rimedio a uno
stato di cose veramente deplorevole; e fu stabilito perentoriamente, con
editto reale, che chiunque, quell'anno, avesse chiuso con un muretto la
terra che quell’anno aveva coltivato, ne sarebbe divenuto padrone. Così i
contadini sardi, che erano, praticamente, padroni di tutta la terra, furono
imprigionati nel pezzettino che si erano trovati a coltivare quell'anno. Fu
tolta la possibilità di rotazione tra pascolo e seminario, e ogni pezzetto
di terra s'isterilì.
Gli furono ribellioni, sommosse: ma non servirono a nulla.
Io, Sardo, capisco come si possa mentalmente e silenziosamente odiare.
Quest' odio silenzioso fa parte del nostro mondo.
Certo l'odio è un sentimento sterile. Siamo pieni di rancore e di orgoglio:
diffidiamo anche di noi stessi. E stiamo fermi. Quando la- Sardegna si mosse
dietro la bandiera che Emilia Lussu aveva alzato, questo nodo di silenzio1,
questo complesso di mortificazioni si sciolse finalmente. Gli storici futuri
diranno quale enorme importanza abbia avuto il movimento sardista, che da
alcuni è stato presentato come un movimento combattentistico di
rivendicazione. Era anche questo; ma non era soltanto questo. Era questo per
i borghesi che c'eran dentro, e che poi tradirono il movimento e passarono
al fascismo. Nel suo libro Marcia su Roma e dintorni, Lussu fa una precisa
distinzione tra la massa dei contadini e coloro che poi trovarono naturale e
comodo accettare le proposte del generale Gandolfo, prefetto fascista e uomo
di fiducia di Mussolini.
Ma gli uomini che rimasero consapevolmente fedeli all'idea che aveva animato
il movimento rivoluzionario sardista, questi uomini pur senza mai rinnegare
l'Italia, la concepivano in funzione europea, che è, per noi Sardi, il solo
modo possibile di essere Italiani.
Ora io penso che questo potrebbe essere un insegnamento anche per gli
Italiani della penisola. mia cara amica pisana, alla quale avevo sempre
parlato della Sardegna, un giorno, dopo tanti anni che ci conoscevamo, disse
: « Come credi che mi troverei, in Sardegna, se ci andassi » Evidentemente,
con tante parole, non ero mai riuscito a darle, un'idea detta mia terra, con
tante parole dette e scritte.
Eppure io l'avevo ben chiara in mente, come il viso di una pur sona, con le
sue rughe. La vedevo. Rivedevo le sue montagne, l« sue pianure, nel colmo
dell'estate, quando tornavo in aereo, la chiusura dell'università, e non era
piovuto da mesi e mesi. La mia amica aveva viaggiato, era stata in Grecia,
ma non patevo fare riferimenti, non 'ostante una mia vecchia idea di
raccontare il mito di Oreste ambientandolo in Sardegna, immaginando tra le
mie montagne la grande tomba di Agamenno, Klettra si reca segretamente.
Siccome era notte e c'era la luna (eravamo fuori di Porta a Lw.ca) dissi
atta mia amica: « Immagina di essere nella Luna, immagina un paese così,
completamente diverso, arido come la luna, ma che però ha un'altra faccia
che gli uomini non hanno mai visto. Lì, contrariamente a quel che si crede,
c'è un poco di acqua, quanto basta a certe piante che resistono olla
siccità... ».
E continuai nella favola, perché la metafora era comoda: un mondo
preistorico ancor vivo, coesistente con le forme moderne della civiltà, come
la Luna, frammento che testimonia di una fase trascorsa del sistema solare,
continua a seguirlo nel suo viaggio attraverso gli spazi, tuttora presente e
operante in esso.
Un altro senso del tempo, un ritmo diverso.
Gennaio 1951
Giuseppe Dessì