Perchè bellaSardegna.it ?

Pocos!  Locos y mal unidos?

 

HOME    CULTURA    NATURA    IMPRESA    STORIA

  Home >Cultura >Identità >"Sardegna tra emigrazione lingua e tradizioni" di G.Dessì(parte 2 )

Torna Su     Renato Soru    L' avvenire della Sardegna di Emilio Lussu  Identità

   Racconto: Astula   Presentazione di Iskida  Brigata Sassari e il Partito Sardo d'Azione

Mamuthones di Mamoiada  Aspetti dell'anima popolare  Caccia Grossa di Giulio Bechi

L' autonomia regionale  di Renzo Laconi   Sardegna tra emigrazione lingua e tradizioni

 

Le due facce della Sardegna tra emigrazione lingua e tradizioni(Parte 1 )                                                                                                                                di Giuseppe Dessì


L'Italia, patria generosa, nella sua ricca complessità di costumi, di modi di vita di storia, offre ai suoi figli la possibilità di arrivare a essere Italiani partendo da punti disparatissimi da Palermo come da Venezia, da Torino come da Siena, da Lecce come da Milano. La strada ideale che ogni Italiano percorre, dati cuore della propria provincia fino a questo livello medio d'italianità, dal dialetto del proprio paese d'origine a quella specie di coinè che è la lingua parlata oggi da tutti gli Italiani (non lingua letteraria, ma lingua parlata, che si è andata formando e diffondendo specialmente in quest'ultimo mezzo secolo) ripete, in certo senso, e rinnova la storia dell'unità nazionale italiana. Anche se molti Italiani, borghesi e specialmente piccolo-borghesi,Giuseppe Dessì per la tendenza a isolare i propri figli dall'ambiente circostante, impongono loro con scrupolosa cura di evitare il dialetto, quasi a rendere più deciso il distacco dalla classe d'origine, ossia dal popolo minuto, ciò non toglie che la grande massa cominci col parlare il dialetto e arrivi a parlare la lingua comune, o che per lo meno parli contemporaneamente l'uno e l'altra. In tutti i casi, anche per il borghese schifiltoso che rifiuta una parte di sé e della propria storia con tanta leggerezza, la lingua comune parlata si colora sempre d'intonazioni e cadenze dialettali, oltre che di idiotismi, a seconda delle varie regioni, e il passaggio dal dialetto alla lingua è graduale e senza soluzione di continuità; per cui si può dire che siano essi, i dialetti, la riserva di forza che alimenta il vigore della lingua parlata, che le conferisce freschezza e concretezza, e che allo stesso tempo, a dispetto di tutti gli errori, di tutte le sconfitte, di tutte le lotte intestine, degli rodii che hanno1 diviso e dividono gli Italiani, le contraddizioni e le disperazioni, l'Italia abbia raggiunto alfine l'auspicata unità, di cui la lingua-parlata da tutti è uno degli aspetti più importanti, un’unità, psicologica, che assai meno di un secolo fa non era nemmeno concepibile. Ad essa non voglio attribuire nessun particolare valore, dal punto di vista romantico nazionalistico e risorgimentale. È un fatto, è qualcosa, di naturale, vorrei dire di fatale, che sì impone oggi a ogni Italiano.
Per questo diffido di chiunque voglia nascondere, per sciocco snobismo la propria origine campana o siciliana, per assumere un'artefatta pronuncia toscana o romanesca come talvolta accade.
Conosco uomini che hanno fatto molte volte il giro del mondo e possono essere riconosciuti per genovesi, quando parlano, e altri che hanno letto tous les livres, da Plafone a Hegell e continuano a parlare con spiccato accento napoletano.
Credo che sia veramente una grande forza, per un uomo, specie in certi momenti, sentire nella lingua che parla la presenza del proprio dialetto. Vuoi dire anche sentire la presenza di un determinato paesaggio, che serve di paragone ad altri paesaggi, avere punti di riferimento ben precisi nella memoria, e abbracciare un vasto spazio di tempo.
È una cosa molto difficile da esprimere, ma gli oratori sanno benissimo cosa voglio dire, e lo sanno gli scrittori; e lo possono sapere tutti, solo che ci pensino un poco.
Per noi Sardi la cosa è molto diversa. Abbiamo un modo diverso di essere Italiani, o di diventarlo. Noi non parliamo un dialetto italiano, anche se, volgarmente, il sardo è definito tale. Si tratta di una lingua, non di un dialetto. Non una lingua dotta, ma pur sempre una lingua a sé, per la sua struttura morfologica e sintattica e per il suo lessico. Max Leopold Wagner, la massima autorità mondiale in questo campo, nell'opera che prende appunto il titolo dalla lingua sarda, pubblicata recentemente dalla casa editrice Franke, di Berna, illustra magistralmente questa tesi ormai accettata dai dotti. Non vi è dunque, tra la lingua materna di noi Sardi e la lingua italiana, quella continuità, quella possibilità di graduali passaggi e ritorni che esiste invece fra i dialetti italiani e la lingua- comune. Il Sardo (parlo del Sardo medio, del Sardo autoctono, del milite delle Guardie di finanza, del piccolo impiegato, e anche dello studente figlio di contadini) che lascia il paese nativo, Arzana, per esempio, Seùi o Aritzo, un qualsiasi piccolo paese detta Sardegna, e va a Cagliari o a Sassari, e poi, per ragioni d'impiego o di studio soggiorna a lungo a Torino, è a Pisa o a Roma, si sentirà non soltanto spaesato ma straniero, e dovrà fare, per ambientarsi, uno sforzo superiore di gran lunga a quello di qualsiasi altro provinciale italiano. Egli sarà, lo sappia o no, lo voglia o non ammettere, veramente straniero. Può darsi che, in breve tempo, per uscire dalla sua solitudine, o meglio per mascherarla, riesca a mimetizzarsi, adottando artificiosamente l'accento piemontese, toscano, romanesco, può darsi anche che mantenga il suo italiano corretto, un poco astratto e stranamente libresco; ma tanto nell'uno quanto nell'altro caso, gli mancherà quella possibilità di riferimento scoperto o segreto al dialetto, alla lingua materna. Non potrà, continuando a parlare italiano, con una semplice intonazione di voce, alludere a un mondo più intimo e noto, non potrà fare questo piccolo passa indietro senza sentirsi alle spalle il mare, la zona di silenzio che lo separa dalla, sua isola. Certi suoni cupi, certe durezze che si riscontrano nella nostra pronuncia e ' ci rendono riconoscibili a un Orecchio esperto, non sono segni di congiunzione tra la lingua materna e la lingua- italiana ma piuttosto fratture; più che appoggi, nel discorrere, sono intoppi che si evitano con studio, come accade agli stranieri che parlano italiano.
Ricordo che Vittorio Gorresio, in una sua cronaca pubblicata dall'Europeo nel 1948, poco dopo le elezioni politiche, a proposito dell'eloquenza del giovane parlamentare sardo Renzo Laconi, notava appunto la sua strana pronuncia esente da qualsiasi accento dialettale, e opinava con malizia, che imitasse anche in questo il suo maestro Togliatti, il quale avrebbe acquisito tale pronuncia durante il lungo soggiorno in Russia. Se Garresi» avesse sentito parlare Antonio Gramsci avrebbe notato in lui la stessa strana pronuncia. Il fatto è che tanto Gramsci che Laconi sono sardi, e che Togliatti, prima che in Russia, ha vissuto a lungo in Sardegna, e precisamente a Sassari, dove sua padre era rettore del Convitto Nazionale. (..continua la lettura)

 

                                                          Continua la lettura della articolo di Giuseppe Dessì (leggi la seconda parte)
 

                Gennaio 1951                                                                                         Giuseppe Dessì


 
 

  

 

                                                                     

 

 

Ultimo aggiornamento:  12-03-07                              by Alberto Sanna