L'Italia, patria generosa, nella sua ricca complessità di costumi, di modi
di vita di storia, offre ai suoi figli la possibilità di arrivare a essere
Italiani partendo da punti disparatissimi da Palermo come da Venezia, da
Torino come da Siena, da Lecce come da Milano. La strada ideale che ogni
Italiano percorre, dati cuore della propria provincia fino a questo livello
medio d'italianità, dal dialetto del proprio paese d'origine a quella specie
di coinè che è la lingua parlata oggi da tutti gli Italiani (non lingua
letteraria, ma lingua parlata, che si è andata formando e diffondendo
specialmente in quest'ultimo mezzo secolo) ripete, in certo senso, e rinnova
la storia dell'unità nazionale italiana. Anche se molti Italiani, borghesi e
specialmente piccolo-borghesi,
per la tendenza a isolare i propri figli dall'ambiente circostante,
impongono loro con scrupolosa cura di evitare il dialetto, quasi a rendere
più deciso il distacco dalla classe d'origine, ossia dal popolo minuto, ciò
non toglie che la grande massa cominci col parlare il dialetto e arrivi a
parlare la lingua comune, o che per lo meno parli contemporaneamente l'uno e
l'altra. In tutti i casi, anche per il borghese schifiltoso che rifiuta una
parte di sé e della propria storia con tanta leggerezza, la lingua comune
parlata si colora sempre d'intonazioni e cadenze dialettali, oltre che di
idiotismi, a seconda delle varie regioni, e il passaggio dal dialetto alla
lingua è graduale e senza soluzione di continuità; per cui si può dire che
siano essi, i dialetti, la riserva di forza che alimenta il vigore della
lingua parlata, che le conferisce freschezza e concretezza, e che allo
stesso tempo, a dispetto di tutti gli errori, di tutte le sconfitte, di
tutte le lotte intestine, degli rodii che hanno1 diviso e dividono gli
Italiani, le contraddizioni e le disperazioni, l'Italia abbia raggiunto
alfine l'auspicata unità, di cui la lingua-parlata da tutti è uno degli
aspetti più importanti, un’unità, psicologica, che assai meno di un secolo
fa non era nemmeno concepibile. Ad essa non voglio attribuire nessun
particolare valore, dal punto di vista romantico nazionalistico e
risorgimentale. È un fatto, è qualcosa, di naturale, vorrei dire di fatale,
che sì impone oggi a ogni Italiano.
Per questo diffido di chiunque voglia nascondere, per sciocco snobismo la
propria origine campana o siciliana, per assumere un'artefatta pronuncia
toscana o romanesca come talvolta accade.
Conosco uomini che hanno fatto molte volte il giro del mondo e possono
essere riconosciuti per genovesi, quando parlano, e altri che hanno letto
tous les livres, da Plafone a Hegell e continuano a parlare con spiccato
accento napoletano.
Credo che sia veramente una grande forza, per un uomo, specie in certi
momenti, sentire nella lingua che parla la presenza del proprio dialetto.
Vuoi dire anche sentire la presenza di un determinato paesaggio, che serve
di paragone ad altri paesaggi, avere punti di riferimento ben precisi nella
memoria, e abbracciare un vasto spazio di tempo.
È una cosa molto difficile da esprimere, ma gli oratori sanno benissimo cosa
voglio dire, e lo sanno gli scrittori; e lo possono sapere tutti, solo che
ci pensino un poco.
Per noi Sardi la cosa è molto diversa. Abbiamo un modo diverso di essere
Italiani, o di diventarlo. Noi non parliamo un dialetto italiano, anche se,
volgarmente, il sardo è definito tale. Si tratta di una lingua, non di un
dialetto. Non una lingua dotta, ma pur sempre una lingua a sé, per la sua
struttura morfologica e sintattica e per il suo lessico. Max Leopold Wagner,
la massima autorità mondiale in questo campo, nell'opera che prende appunto
il titolo dalla lingua sarda, pubblicata recentemente dalla casa editrice
Franke, di Berna, illustra magistralmente questa tesi ormai accettata dai
dotti. Non vi è dunque, tra la lingua materna di noi Sardi e la lingua
italiana, quella continuità, quella possibilità di graduali passaggi e
ritorni che esiste invece fra i dialetti italiani e la lingua- comune. Il
Sardo (parlo del Sardo medio, del Sardo autoctono, del milite delle Guardie
di finanza, del piccolo impiegato, e anche dello studente figlio di
contadini) che lascia il paese nativo, Arzana, per esempio, Seùi o Aritzo,
un qualsiasi piccolo paese detta Sardegna, e va a Cagliari o a Sassari, e
poi, per ragioni d'impiego o di studio soggiorna a lungo a Torino, è a Pisa
o a Roma, si sentirà non soltanto spaesato ma straniero, e dovrà fare, per
ambientarsi, uno sforzo superiore di gran lunga a quello di qualsiasi altro
provinciale italiano. Egli sarà, lo sappia o no, lo voglia o non ammettere,
veramente straniero. Può darsi che, in breve tempo, per uscire dalla sua
solitudine, o meglio per mascherarla, riesca a mimetizzarsi, adottando
artificiosamente l'accento piemontese, toscano, romanesco, può darsi anche
che mantenga il suo italiano corretto, un poco astratto e stranamente
libresco; ma tanto nell'uno quanto nell'altro caso, gli mancherà quella
possibilità di riferimento scoperto o segreto al dialetto, alla lingua
materna. Non potrà, continuando a parlare italiano, con una semplice
intonazione di voce, alludere a un mondo più intimo e noto, non potrà fare
questo piccolo passa indietro senza sentirsi alle spalle il mare, la zona di
silenzio che lo separa dalla, sua isola. Certi suoni cupi, certe durezze che
si riscontrano nella nostra pronuncia e ' ci rendono riconoscibili a un
Orecchio esperto, non sono segni di congiunzione tra la lingua materna e la
lingua- italiana ma piuttosto fratture; più che appoggi, nel discorrere,
sono intoppi che si evitano con studio, come accade agli stranieri che
parlano italiano.
Ricordo che Vittorio Gorresio, in una sua cronaca pubblicata dall'Europeo
nel 1948, poco dopo le elezioni politiche, a proposito dell'eloquenza del
giovane parlamentare sardo Renzo Laconi, notava appunto la sua strana
pronuncia esente da qualsiasi accento dialettale, e opinava con malizia, che
imitasse anche in questo il suo maestro Togliatti, il quale avrebbe
acquisito tale pronuncia durante il lungo soggiorno in Russia. Se Garresi»
avesse sentito parlare Antonio Gramsci avrebbe notato in lui la stessa
strana pronuncia. Il fatto è che tanto Gramsci che Laconi sono sardi, e che
Togliatti, prima che in Russia, ha vissuto a lungo in Sardegna, e
precisamente a Sassari, dove sua padre era rettore del Convitto Nazionale. (..continua
la lettura)
Continua la lettura della articolo di Giuseppe Dessì (leggi
la seconda parte)
Gennaio 1951
Giuseppe Dessì