Prefazione alla prima edizione
Al marchese Giovanni Cassis
ex-prefetto di Sassari, Senatore del Regno.
Io gliel'offro, cosi come un ufficiale amico mio me l'ha risoffiate
all'orecchio, queste note buttate giù a ruzzoloni fra una corsa in ferrovia
e una galoppata di caccia, fra i sussulti ili un conflitto coi banditi e la
gazzarra di una festa campestre.
Passeranno gli anni e in uno sguardo sereno al passato, calmati gli animi,
snebbiati i pregiudizi, la storia della Sardegna scriverà il suo nome a
lettere d'oro: io non potevo frattanto che scriverlo col mio migliore
inchiostro e stamparlo in testa al mio libro.
Sotto il lieve velo, che ho dovuto gettare qua e là, discorrendo di fatti e
passioni così vivi ancora e palpitanti, Ella ritroverà in queste pagine
tante cose note, tanti visi amici e avversi, la lotta sorda e palese, da Lei
combattuta nel nome il dell'umanità e della giustizia, per strappare alla
«Zona delinquente» il tristo nome affibbiatole da uno scienziato geniale: i
suoi sogni, le sue ansie, i suoi sforzi, il suo trionfo, in min sfondo di
meravigliosi paesaggi, in una cornice screziata di costumi, di usanze
bizzarre ed antiche.
Strano paese! E c'è chi va nella Cina, nel Congo, nelle Pampas, sfidando
stenti e pericoli, per veder nuove genti e nuove cose, non si sogna neppure
che a poche ore da noi, in questo nostro Tirreno, vi è un mondo tanto
diverso da quello in cui viviamo, sì che a ogni passo si stupisce, si
esclama: Ma è Italia? E’ Europa questa?
Io non so quale altra terra sul globo concentri in più piccolo spazio
maraviglie quanto a natura, più varietà quanto all'uomo. In una stessa
giornata si cambia di popolo, di lingua, di vesti, di razza, come si cambia
di contrada: l'aspro e il ridente, il selvaggio e il grottesco si succedono
in bruschi contrasti. Laggiù, proprio di fronte al sorriso di Carloforte, a
quel pezzetto di riviera ligure con le casette bianche e rosse, coi
balconcini riboccanti di gerani, lindo e operoso come un paesello felice del
2000, c'è il più lacrimevole lembo di Sardegna, in cui sembrano condensate
tutte le vergogne e tutte le miserie: un intero popolo, più di trecento
esseri, che vivono, uomini e bestie, nelle viscere di un monte, in oscuri e
fetidi antri, dove la pioggia s'infiltra e stagna in melma e si agglomera e
fermenta lo strame umano.
Ma poi sono lembi di Grecia, lembi di Spagna, lembi d'Oriente - quante le
ondate di sangue venute a sbattere in questi lidi - sparsi qua e là, rimasti
immobili fra quei villaggi so-litari, sepolti fra le agavi e i lentischi di
scoscese gole o lanciati sulle cime di nude scogliere; pastori dalle chiome
spioventi, mai esplorate dal morso del pettine, i quali accendono il fuoco
alla pietra e scaldano il latte tuffandovi dentro un sasso arroventato;
meravigliose donne, vestite come fate, che trattengono lo sguardo cupido,
incredulo a tanta naturale vaghezza.
La caccia pullula miracolosa dallo stambecco al muflone, dall'aquila reale
alla pernice. Le piante variano come il sole e il clima e dovunque, dovunque
orizzonti senza pari si offrono agli sguardi e alla matita dell'artista.
E dire che non c'è un paesista in tutta l'isola! Non c'è un artista in
questo paese di un fascino così violento, unico in Italia, che si affanni a
rivelare estatico agli altri uomini, sul legno e sulla tela, le maraviglie
di questi monti e di questo mare, di queste foreste e di queste grotte, di
queste ultime incantevoli larve di un'età dileguata nei secoli!
Ma già gli artisti, Lei lo sa, sono un po' come i touristes, e i touristes
sono un po' come le capre: dove va uno, vanno tutti, e tutti sanno dov'è la
moda. ,
Talune cose che l'amico mio verrà raccontando, in questo suo girovagar di
paese in paese, desideroso di cogliere impressioni vive, senza spirito di
parte e di passione, faranno storcer la bocca, lo so, ai fieri abitatori
dell'isola; eppure nulla fu più lontano dalla sua mente come l'idea di
sventolar miserie per mania di pettegolezzo e di aguzzare maligne curiosità.
Ma il male è grande, perché dissimularlo? Non è la fame, non è la fame
soltanto, che dovunque urla e tende le mani; è quella tradizione di
romanticismo morboso e di pregiudizi secolari che vela a noi nella sua
nebbia tutte le cose ili là e nasconde agli occhi degli stessi paesani i
luminosi orizzonti della civiltà; è quello, a mio avviso, il guaio maggiore
dell'isola.
Bisogna squarciarla questa nebbia, che offusca le menti più elette, con un
raggio di verità; dalla verità soltanto può scaturire la reazione benefica,
il tonico alla malattia morale clic serpe per le intime fibre di quel
popolo, e le difforma e le avvelena e le minaccia di morte.
Non sono pagine di critica queste, ma di speranza. Se anch'io con le mie
piccole forze contribuissi a rompere l'alto M inno che grava sopra la povera
isola dimenticata? Se riuscissi a ispirare in quella beata gente che va a
caccia d'impressioni il desiderio di visitarla, di parlarne, di pigliarla
sul serio? Se riuscissi almeno a convincere quanti mi leggono, come Lei,
marchese, n'è già convinto, che, senza traversar .l'oceano per colonizzare
una fantastica Patagonia, abbiamo una Patagonia vera in casa nostra?
Maggio 1900
Giulio Bechi