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L' autonomia regionale  di Renzo Laconi  Sardegna tra emigrazione lingua e tradizioni

 

Nota: articolo scritto cinquant'anni fa  ma sorprendentemente carico di attualità

L' Autonomia regionale come strumento di rinascita dell'isola(Parte 2 )                                                                                                                                di Renzo Laconi

 

...( vai alla parte 1 ) Lo Tagliare questo nodo di contraddizioni non è certo facile impresa, soprattutto perché il farlo significa urtare contro una catena di interessi ormai consolidati che lega l'agrario assenteista e l'armentario, l'industriale elettrico e il grosso commerciante di formaggio o di carne in un blocco compatto di conservazione. Ma lo Statuto regionale offre alla giunta e al consiglio gli strumenti legali per affrontare il problema. Basta pensare che la regione ha facoltà di legiferare in materia di agricoltura col semplice limite del rispetto delle « norme fondamentali delle riforme economico-sociali della repubblica », cui si aggiunge il limite dei « principi stabiliti dalle leggi dello stato » quando si tratti di opere di grande e media bonifica o di trasformazione fondiaria. Piena potestà legislativa ha la regione nell'esercizio dei diritti demaniali _e patrimoniali sulle acque pubbliche e sulle miniere. E infine lo Stato ha l'obbligo di stanziare contributi straordinari per particolari piani di opere pubbliche e di bonifica e di disporre con il concorso della regione un « piano organico » per favorire la rinascita economica e sociale dell'Isola.
Gli strumenti quindi non mancano. Il torto fondamentale della giunta che ha 'amministrato l'Isola in questi due anni è stato quello di ignorare questi strumenti e di ridurre la sua attività, entro i limiti di una modesta amministrazione ordinaria che non corrisponde al significato storico dell’aspirazione e della conquista autonomistica e neanche alla posizione che il problema sardo occupa oggi nel quadro nazionale. Oggi in un’Italia intensamente popolata che conta una massa di due milioni di disoccupati, la Sardegna, con le sue risorse industriali solo parzialmente sfruttate, con le sue immense estensioni di terra incolta che potrebbero essere in gran parte bonificate, irrigate, rese produttive, si presenta come un possibile sbocco di una parte notevole della mano d'opera eccedente ed offre un contributo concreto alla soluzione del più grave problema sociale ed economico del nostro Paese.
In questo senso si muovono oggi in Sardegna non solo le forze della classe operaia e del proletariato agricolo che hanno condotto in questi anni le loro prime grandi lotte sociali, ma anche notevoli gruppi del medio ceto e della locale borghesia progressista. Allo scopo di raccogliere queste forze nel gennaio dello scorso anno si è costituito il « Movimento per la rinascita economica e sociale della Sardegna » che ha reso pubblico in un grande congresso del maggio successivo un grandioso progetto che potrebbe offrire le basi per il piano organico previsto dallo Statuto. I partiti governativi non appoggiano il movimento e non hanno partecipato al Congresso, tuttavia anche nelle loro file matura l'esigenza di dare all'autonomia un contenuto concreto inquadrando il problema sardo nei grandi problemi nazionali.
Si tratta in sostanza di prendere atto del fallimento, almeno per quanto riguarda la Sardegna, di tutto l'indirizzo di politica economica e sociale cui diedero l'avvio i piemontesi con la legge « delle chiudende » del 1820 e che ebbe il suo compimento formale appunto nel! '« unificazione » del '47. La classe dei pro-prietari di terra messa in vita con l'abolizione del feudalesimo non si è mai trasformata in una borghesia imprenditrice capace di promuovere ed attuare il rinnovamento economico dell' Isola. Il capitale forestiero finanziario, industriale, mercantile è intervenuto in Sardegna solo per reperirvi materie prime e prodotti grezzi e non ha dato contributo alcuno alla industrializzazione dell'economia sarda. Un nuovo indirizzo politico che si fondi sull'esperienza e tenga conto degli errori del passato, non può ridursi ad un nuovo tentativo di far leva su queste stesse forze col solito sistema delle minacce destinate a rimanere inoperanti e delle sovvenzioni destinate a disperdersi. Un nuovo indirizzo politico che tenda al reale rinnovamento della economia sarda deve concretarsi in un intervento deciso, audace della Regione e dello Stato che vada alle radici della nostra miseria e della nostra arretratezza, integri e sostituisca l'iniziativa privata ristretta o deficiente e faccia leva sulle classi sociali che: hanno un reale interesse alla rinascita dell’ ' Isola in quanto vi scorgono una prospettiva di elevazione sociale e di progresso.
Di qui discende innanzi tutto l'esigenza di una vera e completa riforma agraria che incida profondamente sulla proprietà assenteistica ed immetta sulla terra in forme individuali o associate i cinquantamila pastori e i più che centomila contadini che terra non hanno o ne hanno in quantità insufficiente. Col concorso di queste forze nuove e fresche non sarà difficile in un breve volger di anni realizzare la redenzione di intere plaghe oggi incolte e deserte, creandovi centri organizzati di vita, assecondando il duro sforzo dei colonizzatori ed inquadrandolo in una vasta opera di trasformazione e di bonifica col sussidio di tutte le risorse naturali e tecniche disponibili e in primo luogo dell'immenso patrimonio idrico accumulabile nei tre giganteschi bacini di raccolta già esistenti nell'Isola.
Connessi con la riforma agraria sono i problemi dell'acqua e quindi del carbone. Qui occorre una sola misura, elementare: la nazionalizzazione e quindi il coordinamento delle due attività industriali secondo fini di utilità pubblica. Soltanto a questa patto sarà possibile imprimere tutto un nuovo indirizzo ali ' impiego di queste due essenziali risorse e destinare prevalentemente l'acqua alla bonifica e utilizzare il carbone, anche il minuto, anche i residui che oggi non si sfruttano, per la produzione di energia elettrica.
Operate queste due riforme si possono considerare rimossi gli ostacoli essenziali alla rinascita della Sardegna e il resto andrà da sé, bonifica, trasformazione fondiaria e popolamento da un lato ed industrializzazione dall'altro. Ma da queste radicali riforme occorre muovere se si vuole affrontare realmente la soluzione del problema sardo.
Riconosceva queste esigenze, conosceva queste possibili soluzione del problema sardo la giunta che ha amministrato per due anni la Sardegna? Naturalmente le conosceva e non soltanto perché esse sono state prospettate dal Movimento della rinascita, ma soprattutto perché sono state ampiamente discusse e sostanzialmente accettate dal Consiglio Regionale. Le conosceva quindi ma non ha osato farle proprie, ha preferito ripiegare su una linea di ordinaria amministrazione che non turbava sostanzialmente i suoi rapporti col potere centrale, si è coperta sotto le interpretazioni più restrittive dello statuto che venivano prospettate dai nemici aperti o nascosti dell'autonomia ed ha rinuncialo quindi al compito storico che la volontà popolare le aveva affidato.
Oggi, dopo la prima crisi, il problema è quindi sostanzialmente intatto. Sta alle forze dirigenti dell'Isola acquistare coscienza della funzione storica dell'autonomia riconquistata, valersi dei poteri statutari nella loro pienezza e porre mano coraggiosamente alle riforme di struttura. I sardi ritroveranno l'unità, la fiducia ed il fervore patriottico dei loro avi nell'assecondare un'azione illuminata che sia volta a promuovere la rinascita dell' Isola in un Italia; libera, pacifica e rinnovata.
                                           

       Ottobre 1951                                                                                                              Renzo Laconi

 

                                                                                                                                         (torna alla parte 1)
 

 

 

     

 

                                                                          

 

Ultimo aggiornamento:  12-03-07                              by Alberto Sanna