...(
vai alla parte 1 ) Lo
Tagliare questo nodo di contraddizioni non è certo facile impresa,
soprattutto perché il farlo significa urtare contro una catena di interessi
ormai consolidati che lega l'agrario assenteista e l'armentario,
l'industriale elettrico e il grosso commerciante di formaggio o di carne in
un blocco compatto di conservazione. Ma lo Statuto regionale offre alla
giunta e al consiglio gli strumenti legali per affrontare il problema. Basta
pensare che la regione ha facoltà di legiferare in materia di agricoltura
col semplice limite del rispetto delle « norme fondamentali delle riforme
economico-sociali della repubblica », cui si aggiunge il limite dei «
principi stabiliti dalle leggi dello stato » quando si tratti di opere di
grande e media bonifica o di trasformazione fondiaria. Piena potestà
legislativa ha la regione nell'esercizio dei diritti demaniali _e
patrimoniali sulle acque pubbliche e sulle miniere. E infine lo Stato ha
l'obbligo di stanziare contributi straordinari per particolari piani di
opere pubbliche e di bonifica e di disporre con il concorso della regione un
« piano organico » per favorire la rinascita economica e sociale dell'Isola.
Gli strumenti quindi non mancano. Il torto fondamentale della giunta che ha
'amministrato l'Isola in questi due anni è stato quello di ignorare questi
strumenti e di ridurre la sua attività, entro i limiti di una modesta
amministrazione ordinaria che non corrisponde al significato storico
dell’aspirazione e della conquista autonomistica e neanche alla posizione
che il problema sardo occupa oggi nel quadro nazionale. Oggi in un’Italia
intensamente popolata che conta una massa di due milioni di disoccupati, la
Sardegna, con le sue risorse industriali solo parzialmente sfruttate, con le
sue immense estensioni di terra incolta che potrebbero essere in gran parte
bonificate, irrigate, rese produttive, si presenta come un possibile sbocco
di una parte notevole della mano d'opera eccedente ed offre un contributo
concreto alla soluzione del più grave problema sociale ed economico del
nostro Paese.
In questo senso si muovono oggi in Sardegna non solo le forze della classe
operaia e del proletariato agricolo che hanno condotto in questi anni le
loro prime grandi lotte sociali, ma anche notevoli gruppi del medio ceto e
della locale borghesia progressista. Allo scopo di raccogliere queste forze
nel gennaio dello scorso anno si è costituito il « Movimento per la
rinascita economica e sociale della Sardegna » che ha reso pubblico in un
grande congresso del maggio successivo un grandioso progetto che potrebbe
offrire le basi per il piano organico previsto dallo Statuto. I partiti
governativi non appoggiano il movimento e non hanno partecipato al
Congresso, tuttavia anche nelle loro file matura l'esigenza di dare
all'autonomia un contenuto concreto inquadrando il problema sardo nei grandi
problemi nazionali.
Si tratta in sostanza di prendere atto del fallimento, almeno per quanto
riguarda la Sardegna, di tutto l'indirizzo di politica economica e sociale
cui diedero l'avvio i piemontesi con la legge « delle chiudende » del 1820 e
che ebbe il suo compimento formale appunto nel! '« unificazione » del '47.
La classe dei pro-prietari di terra messa in vita con l'abolizione del
feudalesimo non si è mai trasformata in una borghesia imprenditrice capace
di promuovere ed attuare il rinnovamento economico dell' Isola. Il capitale
forestiero finanziario, industriale, mercantile è intervenuto in Sardegna
solo per reperirvi materie prime e prodotti grezzi e non ha dato contributo
alcuno alla industrializzazione dell'economia sarda. Un nuovo indirizzo
politico che si fondi sull'esperienza e tenga conto degli errori del
passato, non può ridursi ad un nuovo tentativo di far leva su queste stesse
forze col solito sistema delle minacce destinate a rimanere inoperanti e
delle sovvenzioni destinate a disperdersi. Un nuovo indirizzo politico che
tenda al reale rinnovamento della economia sarda deve concretarsi in un
intervento deciso, audace della Regione e dello Stato che vada alle radici
della nostra miseria e della nostra arretratezza, integri e sostituisca
l'iniziativa privata ristretta o deficiente e faccia leva sulle classi
sociali che: hanno un reale interesse alla rinascita dell’ ' Isola in quanto
vi scorgono una prospettiva di elevazione sociale e di progresso.
Di qui discende innanzi tutto l'esigenza di una vera e completa riforma
agraria che incida profondamente sulla proprietà assenteistica ed immetta
sulla terra in forme individuali o associate i cinquantamila pastori e i più
che centomila contadini che terra non hanno o ne hanno in quantità
insufficiente. Col concorso di queste forze nuove e fresche non sarà
difficile in un breve volger di anni realizzare la redenzione di intere
plaghe oggi incolte e deserte, creandovi centri organizzati di vita,
assecondando il duro sforzo dei colonizzatori ed inquadrandolo in una vasta
opera di trasformazione e di bonifica col sussidio di tutte le risorse
naturali e tecniche disponibili e in primo luogo dell'immenso patrimonio
idrico accumulabile nei tre giganteschi bacini di raccolta già esistenti
nell'Isola.
Connessi con la riforma agraria sono i problemi dell'acqua e quindi del
carbone. Qui occorre una sola misura, elementare: la nazionalizzazione e
quindi il coordinamento delle due attività industriali secondo fini di
utilità pubblica. Soltanto a questa patto sarà possibile imprimere tutto un
nuovo indirizzo ali ' impiego di queste due essenziali risorse e destinare
prevalentemente l'acqua alla bonifica e utilizzare il carbone, anche il
minuto, anche i residui che oggi non si sfruttano, per la produzione di
energia elettrica.
Operate queste due riforme si possono considerare rimossi gli ostacoli
essenziali alla rinascita della Sardegna e il resto andrà da sé, bonifica,
trasformazione fondiaria e popolamento da un lato ed industrializzazione
dall'altro. Ma da queste radicali riforme occorre muovere se si vuole
affrontare realmente la soluzione del problema sardo.
Riconosceva queste esigenze, conosceva queste possibili soluzione del
problema sardo la giunta che ha amministrato per due anni la Sardegna?
Naturalmente le conosceva e non soltanto perché esse sono state prospettate
dal Movimento della rinascita, ma soprattutto perché sono state ampiamente
discusse e sostanzialmente accettate dal Consiglio Regionale. Le conosceva
quindi ma non ha osato farle proprie, ha preferito ripiegare su una linea di
ordinaria amministrazione che non turbava sostanzialmente i suoi rapporti
col potere centrale, si è coperta sotto le interpretazioni più restrittive
dello statuto che venivano prospettate dai nemici aperti o nascosti
dell'autonomia ed ha rinuncialo quindi al compito storico che la volontà
popolare le aveva affidato.
Oggi, dopo la prima crisi, il problema è quindi sostanzialmente intatto. Sta
alle forze dirigenti dell'Isola acquistare coscienza della funzione storica
dell'autonomia riconquistata, valersi dei poteri statutari nella loro
pienezza e porre mano coraggiosamente alle riforme di struttura. I sardi
ritroveranno l'unità, la fiducia ed il fervore patriottico dei loro avi
nell'assecondare un'azione illuminata che sia volta a promuovere la
rinascita dell' Isola in un Italia; libera, pacifica e rinnovata.
Ottobre 1951
Renzo Laconi
(torna alla parte 1)