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L' autonomia regionale  di Renzo Laconi  Sardegna tra emigrazione lingua e tradizioni

 

Nota: articolo scritto cinquant'anni fa  ma sorprendentemente carico di attualità

 

L' Autonomia regionale come strumento di rinascita dell'isola(Parte 1 )                                                                                                                                di Renzo Laconi

 

Lo Statuto speciale che da vita alla Regione autonoma sarda fu approvato dall’ ' Assemblea Costituente in una delle ultime febbrili sedute del gennaio 1948, dopo un rapido esame degli articoli e senza quella discussione generale che precede normalmente l'esame e l'approvazione di un disegno di legge. I tempi premevano, che era ormai prossima la scadenza del mandato, ma 1' Assemblea non avrebbe certo rinunciato ad un dibattito largo ed approfondito su un argomento di tanto peso, se non fosse stata unanime nel ritenere che il problema era ormai maturo e la soluzione improrogabile.bandiera sarda
Così la Sardegna ottenne, quasi senza dissensi, l'autonomia regionale cui aspirava da quasi un secolo. Eppure, proprio in quei giorni, per singolare coincidenza, ricorreva il centenario dei moti popolari di Cagliari e di tutta 1'isola che portarono appunto tra il novembre del 1847 e i primi mesi del '48 alla soppressione degli antichi istituti autonomistici e alla totale unificazione della Sardegna con gli Stati Piemontesi e quindi con la nascente nazione italiana.
È vero che i Savoia, succeduti agli spagnoli dal 1720 nel dominio dell' isola, avevano condotto una lunga e sistematica opera di erosione e di svuotamento dell'autonomia. Gli Stamenti, che costituivano l'antico parlamento sardo, non venivano convocati da decenni ; la Reale Udienza, eh 'era la suprema magistratura locale, ed il Consiglio che affiancava il vice RE avevano ormai perduto ogni carattere rappresentativo. Da tempo si era cominciato a introdurre nell’ ' Isola la legislazione degli stati continentali e questo processo aveva portato nel 1820 all'instaurazione della proprietà privata perfetta e quindi alla graduale abolizione di quei diritti di ademprivio su cui poggiava l'economia comunistica nel quadro dell'ordinamento feudale.
È anche vero che la Corona piemontese favoriva ormai, e forse sollecitò direttamente, un movimento di unificazione totale che veniva in un'ora tanto incerta a rafforzare il legame fra i suoi stati, e contribuiva a prevenire sia le manovre non chiare della Chiesa, sia il sorgere di quel «partito puro sardo» di cui fa preoccupato cenno Carlo Alberto nel suo carteggio col marchese di Villamarina.
Tuttavia non è dubbio che i moti di Cagliari del 1847 furono inspirati da un generoso slancio patriottico e da una fiducia profonda nella risorgente nazione italiana. Iniziarono i moti gli studenti dell’ ' Università il 19 novembre 1847 uscendo per le strade della città al grido di « Unione e riforme ». Ben presto si unì ad essi il popoletto dei quartieri della Marina, di Villanova e di Stampace e s'udirono insieme le grida di « fraternità » e di « eguaglianza ». Per sei giorni Cagliari non conobbe governo altro che della moltitudine : i vecchi arnesi della polizia isolati e banditi, 1'« Indicatore» bruciato sulla piazza del palazzo regio, il Viceré isolato e piegato alla volontà popolare. Eppure non vi fu un gesto di violenza inconsiderata : fraternizzavano anzi cittadini di classi diverse, fraternizzavano sardi e piemontesi e pareva disperso perfino il ricordo degli antichi odi nazionali, pareva attutito, nella comune speranza di rinnovamento, ogni contrasto sociale.
L'aristocrazia locale, che aveva sofferto lungamente della sua condizione di inferiorità nei confronti dell'aristocrazia continentale, sperava, ormai spossessata dei feudi, di ottenere con l'unificazione, più facile accesso agli impieghi di corte e di governo. La borghesia mirava all'abolizione delle barriere doganali e si riprometteva dalla libertà di scambio un largo beneficio economico. Il medio ceto progressista auspicava le riforme democra-tiche, e anche la plebe, guidata da un suo « mirabile istinto », come osserva uno storico dell'epoca, ravvisava il suo vantaggio nel sorgere di « istituzioni per le quali l'uguaglianza civile meglio si assicurasse ».
Alla base dell'aspirazione unitaria vi era quindi l'esigenza di superare le condizioni d'inferiorità delle diversi classi sociali e l'arretratezza delle strutture economiche; vi era un profondo amore per 1' Italia e vi era il sentimento di orgoglio isolano che aveva inspirato per un secolo e mezzo le lotte contro i piemontesi e che inspirava ora la lotta per la parità e l'uguaglianza della regione nel quadro di un nuovo stato unitario e democratico.
La delegazione sarda, acclamata sulle piazze di Cagliari, fu a Torino alla fine di novembre. Pare che il re stesso stupisse in cuor suo udendo gli inviati i quali, « fatto un fascio dei privilegi dell'Isola e buttatili come incomodo arnese, chiedevano unione ahi quanto diseguale ». Comunque l'unificazione fu immediatamente concessa e rapidamente realizzata. La nave rientrò nel porto di Cagliari spiegando il vessillo della felice novella e furono a Cagliari, a Sassari, ad Alghero, ad Oristano manifestazioni di giubilo a non finire : libri, giornali, inni e memorie attestano l'universale consenso con cui furono accolte dai sardi l'abolizione del secolare ordinamento autonomistico e la totale unificazione con gli stati continentali.
« Errammo tutti », scriverà non molti anni dopo il Siotto Pintor, « volendo, adolescenti ancora, misurarci con i popoli di civiltà compiuta». «Statuto presso a poco eguale, unione personale, salva l'autonomia » : queste sarebbero state le richieste se il popolo sardo fosse stato assistito in quell'ora da una guida illuminata.
È occorsa l'esperienza di un secolo perché la coscienza di questo errore divenisse patrimonio comune dei sardi e perché la rivendicazione autonomistica diventasse bandiera di una e via via di tutte le correnti politiche dell'Isola. Ma forse neanche un secolo di esperienza né l'unità dei sardi sarebbero bastati a riottenere alla Sardegna l'autonomia perduta, se non vi fosse stata la guerra di liberazione, se un nuovo grande movimento nazionale non avesse impresso al Paese quel nuovo slancio rinnovatore che portò all'instaurazione della repubblica e dell'emanazione della nuova Costituzione.
In questo clima maturò rapidamente la soluzione autonomistica del problema sardo, e in questo clima, non ancora del tutto disperso negli ultimi giorni di vita dell'Assemblea Costituente, fu approvato lo statuto autonomistico dell'Isola, senza notevoli opposizioni di principio, senza che alcuno traesse contrario argomento dal ricordo delle lotte e dei generosi errori di un secolo addietro.
Eppure se si vuoi comprendere, se si volesse risolvere veramente nel nuovo ordinamento autonomistico il problema sardo, quell'errore, quell'esperienza non dovrebbero essere dimenticati: al contrario da quell'errore e da quell'esperienza occorrerebbe partire. L'unificazione totale del '47-48 infatti fu l'ultimo atto consensuale di tutta un'azione sistematica e conseguente condotta dai re di Sardegna e dai loro governi per legare 1" Isola agli stati continentali ed anche per elevarla ed assimilarla economicamente. Le riforme agrarie del '20 e del '35 mirano a distruggere il sistema feudale e 1 ' economia comunistica che vi si in-quadrava per dar vita ad una classe nuova di borghesia terriera imprenditrice. La liquidazione dei beni e dei diritti della Corona sulle risorse industriali mira ad attirare e stimolare l'iniziativa privata. Più tardi Cavour tenterà di instituire una banda locale per stanare e mettere in circolazione il risparmio. In questo quadro l'abolizione dell'autonomia e l'unificazione totale costituiscono un'operazione politica di larga portata che tende ad aprire la Sardegna al capitale forestiero e ad aprire al prodotto sardo i mercati del continente. In certo senso è un tentativo di avviare il risorgimento e la rinascita dell' Isola stimolando la privata iniziativa ed aprendole libero campo.
Perché è fallito questo tentativo? Perché mai ad un secolo di distanza è apparso necessario tornare indietro e ricreare, sia pure in forme profondamente nuove, gli istituti autonomistici già soppressi con unanime consenso? La ragione è quella che intuì il Biotto Pintor. La ragione è che l'« adolescente » borghesia sarda non è riuscita a sostenere il confronto né con le cose, né con la « compiuta civiltà » capitalistica della borghesia settentrionale. È rimasta quel che era cento anni fa, quel che la definiva trenta anni fa Antonio Granisci nella « Questione meridionale » : classe di proprietari di terra senza tradizioni, senza iniziativa, senza genio. In queste condizioni l'apertura agì a senso unico e nel campo lasciato aperto è calata l'iniziativa forestiera che ha accaparrato le nostre risorse industriali, che commercia i nostri prodotti, porta via i profitti e regola e condiziona con la sua richiesta tutta la nostra produzione favorendo la pastorizia a carattere brado, scoraggiando la trasformazione e il progresso agricolo.
Questo è oggi il problema sardo. In questa situazione l'autonomia non ha valore per se stessa : ha valore nella misura in cui rende possibile l'emanazione di una legislazione speciale ed agevola il sorgere e l'affermarsi di strutture e di classi capaci di dar vita ad una nuova iniziativa locale di trasformazione e di progresso. Se questo non avviene, se gli istituti autonomistici esautorati e svuotati dovessero ridursi ad un apparato oneroso ed inutile, non è escluso che larghi strati della popolazione ricadano nell'errore di un malinteso unitarismo o che accada qualcosa di peggio e si guardi al di là delle frontiere verso qualche altra « civiltà compiuta ».
Nelle elezioni dell'8 maggio 1949 i sardi diedero segno di aver largamente compreso gli insegnamenti della loro storia, ben più di quanto un anno prima non avessero dimostrato di aver compreso gli insegnamenti della storia nazionale. La Democrazia Cristiana che è in Sardegna il tipico partito dei proprietari di terra, come è nazionalmente il partito del capitale finanziario, industriale e commerciale, perdette centomila voti
e il monopolio della direzione politica dell'Isola. Soltanto col concorso di tre minori formazioni politiche, espressione del medio ceto cittadino e di talune clientele dell’ ' interno, essa è riuscita a raccogliere i 31 voti in consiglio necessari per insediare una giunta.
Per due anni questa giunta ha vissuto, ha amministrato e si è difesa nell'assemblea dall'offensiva dell'opposizione popolare forte di un terzo dei seggi. Le aule dell'antico palazzo regio, ancora decorate dai ritratti dei viceré, hanno visto accesi dibattiti ed hanno assistito alle vicende di una lotta serrata e concreta. Tuttavia ben poco è mutato finora nella vita dell'Isola. La vita locale è ancora stretta nelle maglie della burocrazia che fa capo ai prefetti, al commissario governativo, al Ministero dell'Interno. La « riforma agraria » prevista dalla « legge stralcio », anche col sussidio delle opere pubbliche programmate dalla Cassa del Mezzogiorno non è tale da poter seriamente intaccare le strutture dell'economia agricola isolana, anche perché il congegno che serve ad individuare le proprietà da scorporare lascia praticamente intatta la proprietà assenteistica. La bonifica non può essere attuata su larga scala senza intaccare le concessioni sulle acque oggi detenute dai monopoli elettrici. L'energia, prodotta da costosi impianti idroelettrici, ha un prezzo molto elevato che incide profondamente sui costi di tutta la produzione industriale e particolarmente di quella mineraria. Il carbone del bacino del Sulcis, che potrebbe fornire energia elettrica a costi largamente inferiori, subisce le fluttuazioni della richiesta e per lunghi periodi si accumula invenduto sulle calate del porto di S. Antioco. I profitti che le grandi società nazionali ricavano dalle attività industriali e commerciali emigrano sul continente. Nell 'Isola difettano i capitali e manca il lavoro e in una terra già tanto spopolata è enorme la percentuale dei disoccupati stabili e stagionali e notevole il flusso emigratorio.(..continua)

 

                                                            Continua la lettura della articolo di Renzo Laconi  (leggi la seconda parte)
 

           

 

 

 

                                                            

 

 

Ultimo aggiornamento:  12-03-07                              by Alberto Sanna