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Aspetti dell'anima popolare di Mario Berlinguer

 

In nessuna regione d'Italia le costumanze primitive e il ca­rattere hanno avuto un processo di modificazione e di adatta­mento così lento e graduale come in Sardegna, Talune impronte si mantengono inalterate da secoli perché le invasioni e le com­mistioni di stirpi di solito non intaccarono, almeno le zone cen­trali dell'Isola, se non dopo lunga permanenza dei conquistatori.
La rarefazione demografica, la malaria, la tubercolosi, il tra­coma, la denutrizione, il clima hanno poi conferito al carattere ed alla psicologia dei sardi un'impronta particolare di riserbo - che non è, però, quasi mai rassegnazione - di dignità, di meditazione, di compostezza, di tristezza.
Triste e composto è l'amore, tragici sono i lutti che ancora, in alcuni paesi, si iniziano con i canti delle prefiche e si per­petuano anche per lunghi anni; rari gli svaghi limitati a feste campestri nelle celebrazioni religiose o alla caccia o alle selvagge corse dei cavalli ; i pasti magri, non troppo diffuso, come altrove, l'uso dell'alcool sebbene vari e squisiti siano i nostri vini. Decine e decine di migliaia di sardi vivono ancora, come i « pelliti » di cui parlava Manlio, per settimane o mesi interi lontani da ogni centro abitato, spesso da ogni casolare, sulle aride montagne rocciose o fra le giogaie stormeggianti di elci e di corbezzoli, o dinanzi alle scogliere deserte e dirupate o nelle pianure arse, « il cuore schiavo di pensieri cupi — l'occhio smar­rito nell 'immensità » come cantava Sebastiano Satta, inclini alla meditazione, scarsi di iniziativa, ombrosi e riflessivi, solitari anche quando passano il Tirreno e vivono nel Continente; anche gli anziani somigliano a quell' adolescente Pancrazio che Fran­cesco Brundu descrive nel suo romanzo (II salto delle pecore matte, De Carlo editore, 1950), fuggitivo dall'Isola e pur di essa nostalgico, lanciato d'improvviso, con la sua ine­sperienza ed il suo smarrimento, nella Roma disorientata e cor­rotta del primo dopo guerra a cui egli sa tuttavia opporre la propria intima fierezza, l'istintivo senso dell'onore e perfino la ad una  precoce passione  amorosa.  Anche nell'amore i Minii sono dignitosi; rispettano la donna, anche se si deve credere al Lawrence che, nel suo viaggio in Sardegna, ritenne di identificare nel  maschio sardo il prototipo della virilità mediterranea.
E oneste sono di solito, ma senza ipocrite timidezze, le donne, soprattutto quelle del centro dell'Isola che ancora celano il fascino della loro bellezza sotto le lunghe gonne a pieghe o le cappe dei loro costumi o chiudendo il viso opaco fra le tende bianche o gialle all'uso saraceno. Religiose quasi tutte, ma non così stolidamente superstiziose come quelle di altre regioni e mai vili verso i potenti né verso sé stesse: « La felicità consiste — scrisse Grazia Deledda — nel poter dire ogni sera: non sono stata vile». La   musica,  arte  primordiale  e   universale,   esprime   certamente l’anima di un popolo; ed è nella musica che si può soprattutto rintracciare la particolare impronta del carattere sardo. Il  Lamarmora notava in certi accenti dei cori sardi strane af­finità con i cori cosacchi; ma il coro sardo è più aspro, sincopato, monotono come i canti arabi del deserto, coro a sussulti nella barbagia, più morbido nel Logudoro, più stanco nella assolata pianura,   ma   sempre   irriproducibile   con   le   normali   notazioni di'l  pentagramma per certe originalità di trapassi.
Bellissimi e meno primitivi sono i canti isolati, specialmente i <<mutos>>, che stanno fra lo stornello toscano e la « copla » spagnola, ma con un'andatura originale e inimitabile. Essi constano di sei versi: di solito i primi tre hanno un significato che mi potrebbe definire « panico », esprimono cioè una sensazione di paesaggio, rivelano un aspetto della natura; e sembrano privi di ogni riferimento con gli ultimi che sono, invece, «patetici»; ma è dalla contemplazione del mondo esterno che sorge nell'animo del cantore un richiamo al suo stato d'animo, un appello, un rimpianto.

« In palas d'Oliena appo idu unu nidu in mesu a duos ruos.                                                                                                                     Pro t'amare cun pena mai s'esseren bidos oios mios cun tuos »
 
Traduzione in italiano: << Nelle falde del monte d' Oliena ho visto un nido fra due rovi. Poiché devo amarti con tanta pena vorrei che mai si fossero guardati i miei occhi con i tuoi>> ( da notare che l'ultimo verso è quasi latino).
 
   
«S'a-store pianghende
volat altu in su chelu
tintu  a colore grogu.
Pronte in sa chisina
si no ti so pensende
brujat ancora fogu? »

 
Traduzione in italiano : <<L'avvoltoio  col suo  canto  singhiozzante vola alto nel  cielo tinto  di giallo. Perché, nella  cenere, se più non ti penso, brucia ancora il fuoco?>>
 
Canti tristi che soltanto talvolta si accendono di sarcasmo e vibrano di invettive; di solito restano malinconici come malin­conica è l'anima sarda che tuttavia non è rassegnata né prona al destino né ciecamente fedele ai potenti. Il « veltro sardesco » di Più che l'amare è, come sempre, una deformazione dannunziana del senso della lealtà e del sentimento dell'onore dei sardi. Se i sardi accorrono numerosi a prestar servizio tra gli agenti di custodia, i carabinieri, le guardie di finanza, la polizia ecc. ciò si deve alla miseria sempre più dura delle loro famiglio. E forse anche, bisogna pur riconoscerlo, a quella congenita incapacità di iniziativa, a quelle deficienze di ambizione che si spiegano con l'affievolita resistenza dei centri nervosi minati dalla secolare malaria e dalla denutrizione. La forza di volontà dei sardi è più materiata di caparbia che di tenacia. Essi sono ancora discendenti di quel celebre vescovo di Cagliari, Lucifero, che, esiliato in Asia da Costanze, dopo il Concilio di Milano, affrontò il processo con inaudito coraggio ; ma che Camillo Bel-lìeni chiama « testardo e orgoglioso come tutti i sardi ». « Su sabiu cando errat, no para fin 'a terra » (il saggio quando erra, non si arresta sino a quando non è steso a terra »), dice un antico canto logudorese raccolto dal Ferrano.
E non è infrequente, per esempio, che anche giovani della borghesia sarda, quasi -sempre studiosi e intelligenti, usciti trionfalmente dai concorsi, percorrano con slancio i primi gradi della carriera e poi si adagino sul conquistato benessere economico, an­che assai modesto, senza più impeto di ascesa. Porse anche l'es­sere schivi di intrighi, silenziosi, diffidenti li raffrena dinanzi allo spettacolo di successi conseguiti con mezzi da cui essi istintivamente rifuggono.Silenziosi sono certamente i sardi, perché costretti a vivere spesso in solitudine ; e si dice, sia pure con evidente esagerazione, che « su sardu rie mai » (non ride mai). I sardi sono spesso om­brosi. Ma il loro animo è aperto e leale, sdegnoso di ipocrisia, di menzogna, di tradimento.
« Su cane' e su cazzadore
sighi su leppere. in s'ena;
a s'ormine traittore
bettadeli una cadena»
 

Traduzione in italiano: << II  cane del cacciatore  scova la lepre  alla sorgente;  all'uomo traditore  gettategli  una  catena>>                                                                       
 
L'ospitalità sarda è il segno di questa lealtà, oltre che il I o di una esigenza ambientale dovuta alla rarefazione demografica. L'ospite è il primo di tutti, si dice; ed anzi si esprime, Ufi iniorese, questo concetto, anche con una battuta umoristica: << primu s'istranzu, mancari malu » (primo l'ospite, anche se cattivo).
Ed è da questa solidarietà fra diseredati e fra perseguitati della natura e dagli uomini, che si è temprata la fedeltà nelle amicizie e, il senso stesso della giustizia anche quando devia nell’ omertà.
Altissimo è in Sardegna questo senso di giustizia più che in ogni altro popolo, negli umili come negli studiosi. Forse non vi o regione che abbbia dato all'Italia così grande stuolo di giuristi come la Sardegna. E non soltanto con la « Carta del logu » attribuita ad Eleonora D'Arborea e con l'opera monumentale di Alberto Azuni, precursore, con Ugo Grozio, della difesa della libertà dei mari, ma anche con gli insigni docenti di diritto che popolano tutte le Università.Proprio dalle offese al senso di giustizia sono scaturiti in Sardegna sanguinosi drammi, moti di fazioni, conflitti con la forza pubblica che non riuscì quasi mai a vincere l'omertà popolare a favore di coloro che, a torto o a ragione, il popolo considerava perseguitati.  «Giustisia chi falta, giustisia de balla», (giustizia che fallisce è giustizia da palla di fucile ) dice un antico proverbio Sardo. Ma l'omertà sarda non ha mai avuto l'aspetto di quella di altre reregioni: mai sono esistite in Sardegna forme di camorra o di mafia, mai si sarebbero tollerati i «gabellotti» mai potenti hanno esercitato rappresaglie sui deboli istigando bande di crimi­nali al delitto. Vi è, invece, un diffuso senso di solidarietà, troppo spesso deviata, verso coloro che, anche colpevoli, lottano per contrastare l'opera di repressione della giustizia, un senso di commiserazione per chi soffre nelle carceri, per la tristezza dei suoi familiari  innocenti, per «il segreto pianto - delle madri davanti alle prigioni», cantava Sebastiano Satta. Una secolare esperienza di ingiustizie ha probabilmente creato ed affinato l'istintiva diffidenza dei sardi verso gli strumenti del pubblico potere e creato fra essi un vincolo a resistere all'intervento dello Stato nelle loro controversie anche le più sanguinose. Dinanzi a questi interventi della forza pubblica sorge una solidarietà anche fra antichi ne­mici. Padre Bresciani narra, a questo proposito, l'episodio di un giovane che si era dato alla macchia dopo aver ucciso un signore che lo aveva crudelmente offeso; inseguito dai gendarmi giunto trafelato proprio al casolare dove viveva il figlio della vittima con i suoi servi ; e tutti costoro, col padrone alla testa, non esitarono a schierarsi in sua difesa, facendo così arretrare i tutori dell'ordine.
Ed egli rileva anche un'altra forma caratteristica di... con­troffensiva ancora diffusissima in Sardegna ricordando dei sarei i « i partiti che pigliano per difendersi e le audacie e le destrezze e gli stratagemmi di che son famosi ».
Non vi è, infatti, crediamo, in alcuna altra regione, tanta ricchezza di accorgimenti difensivi come in Sardegna, dove l'im­putato non confessa quasi mai (si dice « dae su no no si tinghe pabiru » e cioè : con i dinieghi non si da colore alle carte) ; e prodigiose davvero sono le astuzie dei testimoni per discolpare gli incriminati dinanzi al giudice che appare quasi il tutore di una società iniqua la quale protegga i potenti e persegua i deviati per miseria, per vendette all'onore offeso, per errori dovuti alla umana debolezza.
Ancora i sardi preferiscono spesso far giustizia da sé ; le vit­time dei numerosi furti di bestiame ricercano i ladri, trattano con essi per la restituzione della preda o commettono perfino, a loro volta, un furto nel paese da cui questi provengono per poter poi trattare da pari a pari, in una specie di « stanze di compensazione ».
Celebre è rimasto l'intervento dei terribili banditi di Orgosolo dinanzi al nefando ratto di un fanciullo per il quale i ricat­tatori chiedevano al vecchio padre una taglia pena la vita del suo figliuolo. Rivelatasi  impotente la forza pubblica, i latitanti assunsero le indagini, interrogarono molte decine di sospetti, ne controllarono gli alibi, ottennero le confessioni dei colpevoli e, dato convegno ai carabinieri, ad essi li consegnarono assieme alle prove della loro responsabilità ed al fanciullo liberato.
I riflessi... giudiziari della psicologia sarda, non sono, in fondo, in contrasto con la sensibilità di giustizia che è caratteri­stica dell'Isola, né con la lealtà e il senso dell'onore che in Sardegna hanno così notevole risalto.
Non si vogliono trarre conclusioni da tutto ciò che si è detto. Anche perché sorge il dubbio che molte osservazioni si riferiscano sopratutto a periodi lontani e superati che tuttavia hanno le tracce evidenti sul carattere dei sardi di oggi, malgrado la nuova vita che si svolge in Sardegna, l'assimilazione (o la contaminazione?) recata da diversi costumi continentali, la miseria e la disoccupazione più vaste in questo secondo dopoguerra  e il risveglio di energie popolari nuove, di  orientamenti nuovi  abbiano certamente  modificato molti  aspetti  della vita se non del carattere dei sardi.
Ancora lontano è il sogno di Sebastiano Satta, quello di una Sardegna nuova che egli credeva di scorgere nei giovani, « primavera dell'anima nostra » che cantavano « l'inno dell'avvenire » ; ma il travaglio da cui questa Sardegna sorgerà è già in atto.
 
                                                                                                         

                                                                                                                                                                          Mario Berlinguer 

 

 

     

 

                    

                                                                          

 

 

Ultimo aggiornamento:  12-03-07                              by Alberto Sanna